La scuola riformata

La riforma della scuola è passata al Senato con la procedura ormai consueta del voto di fiducia posta dal governo, quasi che il Parlamento per funzionare debba essere legato, vincolato e soprattutto privato di una delle sue funzioni vitali: quella di fare le leggi e di approvarle,  o meno, secondo le dinamiche proprie del sistema democratico. In Italia, e non solo, in questo momento non funziona così. Abbiamo un governo del Pd seppure con alleanze e sostegni stridenti, un partito di sinistra alleato con un partito di destra e ciascuno dei due “leader” ripete ogni giorno che il proprio programma viene realizzato,si mostra soddisfatto e racconta al grande pubblico degli elettori, alla gente, la propria realtà proponendo una personificazione dell’ossimoro (di grande smalto come figura retorica!) che neppure il teatro di Beckett ha forse mai messo in scena.

Sta di fatto che le riforme urgenti, vitali, costituzionali e non, materia delicata per la quale la condivisione, il confronto e il libero dibattito sono come l’acqua nelle giornate di torrida calura, vengono fatte a colpi di voto di fiducia ed il parlamento approva. E’ spirito di amor patrio (tanto di moda in questi ultimi anni!), è senso dello Stato, è spirito di servizio, o non piuttosto lo strumento con cui una classe politica si autotutela, si mette al riparo da possibili scivoloni, mette in atto comportamenti di autoconservazione, secondo una regola classica del potere che tende comunque, e spesso  con vista corta, a perennizzarsi? E’ lecito e doveroso porsi questo interrogativo, come molti altri che riguardano le scelte fatte da questo governo nel confezionare il suo “miracoloso” pacchetto di riforme, numerosi “dossier” aperti, messi bene in mostra sul tavolo delle mercanzie da proporre nel mercato della politica con l’idea martellante di cambiare l’Italia. Certo l’Italia va cambiata, aiutata a diventare più competitiva, ha in effetti bisogno di molte cose a cominciare dal LAVORO, da una seria politica PER LUNIVERSITà E LA RICERCA, DALLA SCUOLA appunto. Ma con quale progetto, da quale punto di vista, con quale visione della società e dei suoi bisogni prioritari ed in riferimento a quali interessi e domande che da essa provengono?

La riforma della scuola per una “buona scuola”è un pasticcio; dietro il linguaggio altisonante di alcuni suoi articoli cela la pochezza del progetto o la sua assenza riproponendo vecchie cose, una specie di “marché des dupes”: organismi collegiali, autonomia (concetto usato tanto più quanto più è svuotato), rinnovamento e compagnia retoricando. Su tutto poi campeggia il super dirigente, il preside arbitro delle assunzioni, una sorta di moderno Minosse che decide sorti e sentenze”secondo ch’avvinghia”( la sua coda), acquattato davanti alla porta  che conduce ai disperati, ai precari, ad una popolosa categoria, quella degli insegnanti, che non ha mai trovato l’autore giusto, dimenandosi fra ansia legittima di prestigio e rinnovamento e tentazioni da piccola corporazione.

La riforma della “buona scuola” mortifica la scuola pubblica e rinsalda lo status di quella privata (per i rampolli lustri di borghesia di toga e d’accatto),  chiude gli occhi sulle strutture che mancano, che cadono giù a pezzi, forse immaginando una novella scuola peripatetica, all’aperto, sotto il cielo sempiazzurro che Dio ci ha dato, con al posto dei gessetti, i virgulti raccolti nella campagna, al posto di tutti i supporti didattici adeguati, il fai-da- te quotidiano di molti insegnanti che si arrabbattano.

A quale Italia servono questa scuola, la legge sul lavoro (Jobs Act è più elegante, anche più criptico, come il latino di Don Abbondio per il povero RenzoTramaglino), la riforma elettorale, quella del Senato nelle quali si è impigliata come su rovi pungenti e dannosi la libera competizione elettorale per la libera scelta dei cittadini? Non certo all’Italia del cambiamento reale, della speranza autentica, quella operosa e dignitosa,quella che ogni giorno inventa la propria vita sul filo della necessità o dell’incertezza, quella dei giovani istruiti, laureati e spaesati, quella che chiede meno diseguaglianze, meno sprechi, più diritti ed una piena cittadinanza declinata al plurale: per le donne, le diverse etnie,  culture, religioni, nel rispetto dell’alterità.

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Chi ha paura degli uomini in cammino

La tragedia di pochi giorni fa nellle acque del Canale di Sicilia, ripropone,  dopo  pochi mesi dalle precedenti, il problema cruciale, anzi, la realtà drammatica degli sbarchi sulle coste italiane di migliaia di immigrati. Quella dell’immigrazione è dunque una realtà cui dare risposte, non tanto un tema caldo o appassionante per dibattiti, scontri, confronti ed altre amenità televisive di propaganda o campagna elettorale. Sono del resto vent’anni, almeno, che barconi stracarichi e malmessi viaggiano dalle coste africane verso la ricca e sognata Europa, pieni di uomini e donne che fuggono dalla miseria, dalle guerre, dalla dittatura, da una realtà insostenibile e disumana che li induce a fuggire, a cercare un “altrove”, a tentare di dare una svolta ad una vita non più sopportabile. E sono quindi disposti a tutto.  Il loro bisogno ed il loro sogno si infrangono però contro due ostacoli insormontabili, pare, come le onde e i gorghi spaventosi che spesso li inghiottono: i mercanti di uomini, scafisti voraci e  ben organizzati e il problema dell’accoglienza, le “ragioni di stato” dei paesi europei coinvolti da questo esodo.

Le immagini di questa umanità dolente, vessata, impotente, armata solo dell’anelito a vivere, sono disumane, indicibili; esse  bussano forte alle porte delle nostre coscienze di occidentali “progrediti” e progressisti, nutriti da qualche secolo di democrazia, ben lavati, acconciati e levigati nel corpo, affinati nella mente, nella retorica, nell’arte del dissimulare come in quella del proclamare, rimanendo sempre distanti dall’essenza dei probemi, del problema. La società europea, i cittadini europei nella loro maggioranza, hanno sicuramente forte spirito democratico, coltivano la solidarietà e sono propensi all’apertura; una parte di essi però, non piccola, è rinserrata nella difesa del “sè”, delle certezze, dei privilegi, piccoli o grandi che siano, non ama il diverso ed il confronto con esso, diffida dello straniero, o peggio è xenofoba,  è ferocemente attaccata  alle propri cose e non vule intrusi nella propria banale rassicurante quotidianità. La versione più colta di ciò poggia sull’affermazione dell’identità di un paese, di una nazione da difendere, dimenticando due cose: 1) che l’identità non è definita una volta per sempre, ma si costruisce e dunque muta ( chi la difende così non la possiede o teme per un’identità fragile), come dimostra la storia delle società, degli Stati e degli individui; 2) che l’idea di nazione e la forte identità di esse sono state delle “finzioni creatrici” necessarie al  nascere delle nazioni, due secoli fa, utili per il loro sviluppo ma non più riproponibili in una realtà storica e politica così diversa come quella attuale del “mondo globale”.

E l’Europa, l’Unione Europea cosa fanno, cosa propongono, quali oneri si assumono di fronte ad un probema di questa proporzioni? La riunione dei capi di Stato  di ieri a Bruxelles, convocata d’urgenza, non ha segnato una svolta nella politica europea ma ha riproposto lo stile delle grandi burocrazie  politiche: presa d’atto della tragedia, un minuto di silenzio per le centinaia vittime, belle parole spese  senza risparmio, stanziamento di maggiori fondi per la missione Triton, ma niente, proprio niente sull’accoglienza: i leader europei sono stati concordi nell’escludere un impegno per l’accoglienza, nei rispettivi paesi, di una parte degli immgrati, di questi uomini e donne che a migliaia chiedono asilo. L’Italia che è porta del Mediterraneo li accoglie, li prende sulle coste appena sbarcano, ma non può da sola risolvere il problema. L’Italia è parte di un sistema che deve dare risposte, ma non sappiamo quali. Siamo impigliati in una rete  di interessi radicati, di veti, di “diktat” indiscussi, di principi assodati, di scelte politiche accettate e mai poste in discussione; siamo immobili ed indifferenti ed ognuno ripete la propria giaculatoria. Ma anche le regole e le leggi cambiano e possono cambiare col mutare della realtà.

E se ci ponessimo il problema di aprire le frontiere?  Non è una proposta provocatoria, ma un modo di ribaltare la questione e partire da basi diverse. Infatti è singolare che in una realtà globalizzata in cui circolano liberamente le merci e i capitali, nella società degli scambi internazionali ed intercontinentali, non possano circolare liberamente gli uomini, gli abitanti eletti del pianeta. Considerare tale ipotesi non è bizzarro o semplicistico; é colpevole invece scartarla o tacerla. Infatti un gruppo di studiosi, e ricercatori di prestigio della Maison des Siences de l’Homme (MSH)  di Parigi lavora da tempo a questa ipotesi e al fatto che l’apertura delle frontiere non è solo l’affermazione astratta di un principio, ma potrebbe rappresentare uno strumento adeguato di accoglienza e regolamentazione dell’immigrazione, a costi minori e sostenibili ed evitando questa nuova tratta degli uomini  che ormai da anni si è avviata. Liberalizzare e regolamentare adeguatamente, quindi. Ma nessuno ne parla quì in Italia e forse altrove; si parla d’altro; i politici  scrivono il libro delle belle intenzioni, o cercano soluzioni  improponibili, i media ci raccontano di questo immenso dolore, di queta umanità  sofferente e ci rappresentano anche con impegno e passione, a volte, la “banalità del male”. E poi le luci si spengono e giungono l’oblio e il silenzio.

Il nostro capo del governo, Renzi, ha dicharato oggi che la riunione dei “leader” europei di ieri ha fatto “un gigantesco passo avanti” e si dichiara fiducioso e soddisfatto. Forse non lo sa, ma si vede che è un parmenideo!

La strada per l’Eliseo

Le elezioni dipartimentali francesi si sono concluse con la vittoria di N. Sarkozy, una ottima affermazione del FN di Marine Le Pen e “la debacle” del PS, partito di governo che perde circa la metà dei dipartimenti prima governati. Si aprono pertanto per la Francia scenari interessanti, ma soprattutto incerti e complicati in un contesto politico attraversato da varie contrastanti pulsioni. La presidenza Hollande ha profondamente deluso i fancesi e il PS è alla sbarra, disorientato e, come qualcuno ha detto, alla ricerca degli elettori perduti; il FN ha raggiunto l’obiettivo  di base prefissatosi, ossia confermare il risultato delle europee, ma non è andato oltre mancando il traguardo agognato di diventare il primo partito perchè sulla sua strada è tornato l’abile “rassembleur” Sarkozy che, pur alleandosi con una forza di centro, l’UDI, ha saputo comunque attirare una parte dell’elettorato della destra estrema alle cui paure e pulsioni antislamiche, come pure al diffuso sentimento di “francesitudine”  ha saputo offrire un rassicurante ancoraggio.

La partita dunque appare  ancora solo iniziata e in qualche modo aperta ad esiti diversi; alle elezioni presidenziali mancano ancora due anni, un tempo lungo nel  quale molte cose possono cambiare, sia relativamente ai singoli protagonisti della competizione, sia nel contesto sociopolitico francese ed europeo.Quail sono le incognite o meglio, le variabili  da tenere presenti  nei tre partiti in campo?

Nell’UMP, come sappiamo, convivono sia pure con punte di aspra conflittualità, diverse anime, da quella neogoliista a quella dei moderati padri fondatori del partito,a quella più “droitiste” e, parallelamente, sono diversi i potenziali candidati nella corsa alle presidenziali che contendono la leadership all’abile Sarkozy, da  Alain Juppé a  Bruno Le Maire. Non è facile pertanto che si ripeta la condizione del 2007 quando Sarkozy fu unico candidato del suo partito. Il FN di Marine Le Pen non ha il problema di una leadership contesa al suo interno, data la natura e la tradizione del partito fortemente coeso attorno all suo capo (non dimentichiamo che J. M. Le Pen, padre della attuale leader, è rimasto capo indiscusso per circa 40 anni); il partito ha inoltre imboccato la strada vincente della politica sul  e del territorio con un conseguente forte radicamento locale ed ha ampliato le zone e la composizione del proprio elettorato, attraverso una intelligente rilegittimazione che passa anche da una insistita professione di fedeltà ai valori della “République”; potrebbe dunque progredire ancora, in temini di consenso, tanto da diventare avversario  ancora più temibile per la destra di Sarkozy. Il PS appare al momento travolto da un’ondata di “défiance”che ha portato allo scarno 20% ottenuto e non riesce più a rappresentare le aspirazioni ed i bisogni del suo elettorato naturale (la classe operaia e le classi popolari in genere). Inoltre, come partito storico della sinistra, dovrebbe avere imparato la lezione delle scorse elezioni ed accellerare la riflessione sugli errori di lungo periodo (perchè ad esempio ha scelto da tempo di abbracciare l’ideologia neoliberale staccandosi dal proprio rifermento sociale per eccellenza, la classe operaia, e le classi più “démouni”?) ma anche ,come partito di governo, affrettarsi a mettere in atto politiche diverse, adeguate alle richieste pressanti di una società  delusa, presa nella morsa della crisi e non più disposta ad attendere. Le due cose non sono semplici sono strettamente legate e dovrebbero andare di pari passo, ma questo deve fare i conti con le lacerazioni interne al partito e con un presidente, Hollande, senza le qualità del leader capace di mobilitare e “rassembler” attorno ad un progetto in ua situazione di pesante difficoltà.

La strada per l’Eliseo  è dunque ancora lunga e disseminata di insidie. In temini sistemici sembra inoltre vacillare lo schema duvergeriano di quadriglia bipolare. Staremo a vedere.

Elezioni dipartimentali francesi: la guerra dei nervi

Le elezioni dipartimentali di oggi in Francia sono un momento cruciale, un vero nodo nella realtà politica francese che si scioglierà, in un senso o nell’altro, alla conclusione del secondo turno. I segnali del possibile esito sono già da tempo chiari e preoccupanti e le previsioni di sondaggi e commentatori disegnano un’atmosfera politica ed un contesto precisi: il Front National di Marine Le Pen potrebbe arrivare al28%, l’UMP di Sarkozy oltre il 25%, il PS, il partito del presidente Hollande, partito al potere, sfiorerebbe il 20%.L’aria è tesa e surriscaldata ormai da alcune settimane e i protagonisti di questa partita a tre, sono stati e sono tutti sul campo a marcare il territorio ,quello reale e quello mediatico, con dichiarazioni, avvertimenti, ansimanti corse da un capo all’altro della Francia per scovare e convincere elettori incerti o, peggio, perduti, per riparare una diga che non tiene più.

Il tasso di partecipazione al voto è salito un po’(42% degli elettori),la febbre frontista continua a salire, propagandosi dallo sguardo saettante della “leader” ai seguaci e al grande corpo elettorale, sull’onda di una linea precisa e da lei ribadita: la via maestra per la vittoria del FN e la scalata all’Eliseo,è la politica del territorio che dunque il partito tenacemente persegurà. I socialisti sono in agitazione e hanno schierato più che le truppe i loro generali: il primo ministro Manuel Valls già da settimane, ha dato veste pubblica al suo timore che la Francia si infranga sul muro pericoloso della destra estrema del FN e continua a lanciare SOS per la patria in pericolo; il segretario del sindacato CGT, Marthinez,dice a viva voce che il partito di M.Le Pen è pericoloso, è “un poison”,un veleno che distrugge i valori repubblicani; Sarkozy attacca la politica perdente ed inefficace della presidenza Hollande e riafferma l’immagine di una Francia a testa alta tenendo d’occhio l’elettorato de Le Pen, al quale propone una linea più “perbene” e consolidata nei valori repubblicani. La sua strategia di ricostruzione del partito attorno alla sua “leadership” potrebbe dare buoni risultati.
Il fatto è che la “République” e i sacri valori repubblicani e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo sono tirati in ballo un po’ da tutti, dalla destra estrema alla sinistra, passando per il centro e sono diventati una sorta di ideologia, un gigantesco equivoco, un grande mantello da indossare strumentalmente nell’agone della campagna elettorale, e non solo, che le varie forze politiche tirano ciascuna dalla propria parte.Attorno al mito della “République”sono così possibili le più strane acrobazie politiche!

La prima vera novità però è che Marine Le Pen, nella sua strategia di modernizzazione e “dédiabolisation” del partito, ha cambiato rotta, su diversi punti, rispetto alla linea paterna, imprimendo una svolta importante al FN e sparigliando il gioco con sorpresa degli avversari. Il richiamo da lei fatto ai valori repubblicani, alla difesa della Francia come patria degli autentici valori repubblicani (e dunque da proteggere dall'”invasion”dell’islam), ribadito senza risparmio, non solo tenta di legittimare il partito presso un elettorato più ampio,allontanando da esso lo stigma della xenofobia, ma confonde insidiosamente le acque e spiazza i pricipali competitori del FN, li obbliga a demistificare il discorso frontista (cosa non facile) e soprattutto a trovare altri elementi e strumenti per la proria identità e le proprie proposte politiche.
La seconda novità è che la politica del territorio e sul rerritorio di Marine Le Pen (anche questa in discontinuità con la tradizionale linea politica del padre J.M. Marie),ha una sua logica e portata realistica che mira a tessere progressivamente una tela complessa, una trama di rapporti, di alleanze possibili, una articolazione locale prima debole,ora ben avviata, che non può che rafforzare il partito e l’elettorato di riferimento, con l’obiettivo ambizioso di un primato futuro sul piano nazionale.

La terza non è una novità ma una realtà, quella del populismo, dei populismi, patrimonialistici, telematici, nazionalpopulistici, etnoregionalisti, di destra ma anche di sinistra, che ogni giorno si espandono un po’ di più, corrono, laddove gli altri partiti sono lenti e logorati, rafforzano voce, gesti, movenze, corpo, anima, consenso sociale e soprattutto luoghi e strutture di potere. E’ un pesante rompicapo, una minaccia per la Francia, per l’Italia, per le democrazie europee, ancor più per L’Europa e il suo progetto.

La giostra “nazionalpopolare”

Sanremo torna a celebrare i suoi fasti con una cadenza quasi da rituale che ogni anno scandisce il trascorrere del tempo e degli eventi che lo attraversano. Il festival si è aperto ieri sera, già ossessivamente annunciato, per far salire l’attesa e le aspettative del grande pubblico, in un tripudio di luci, colori e sfavillanti banalità ,un evento nazionalpopolare nel quale  racchiudere il distillato dell’italianità: musica, canzoni, volti della bella Italia melodica e strappalacrime, come nell’iconografia più frusta e tradizionale.

Quest’anno però la favola si è perfezionata; a spazzare via i rombi di guerra, la crisi, il lavoro che manca e le difficoltà di un paese che annaspa, sono arrivati  Romina e Albano, mitica coppia canora e nella vita degli anni ’80, ora non più uniti nella realtà, ma pronti a resuscitare sul palco il racconto suadente di un mondo che fu, speranza, inno all’amore, lode alla famiglia, gaiezza negli occhi e nelle strofe cantate e tutto ciò che serve a riproporre una saga, un modo di vedere le cose, il sogno italiano, di tanti italiani in cerca di destino. Certo i due cantanti sono apparsi diversi, appesantiti, non più esili figure eleganti in cerca di successo, con voce limpida e stentorea come trent’anni fa, ma appunto per questo, in questa celebrazione nazionalpopolare, più convincenti, come a dire: noi siamo quì, come allora e le vicende, il tempo, le asprezze, le calamità, non ci hanno scalfito; siamo sempre pronti a cantare la vita, a chiudere il cerchio inm positivo perchè basta dire”felicità” o “terra mia” e il miracolo si compie! E il tempo è immobile…

Così esistono due realtà: quella di tutti i giorni col grigio brumoso della necessità e quella dorata, speranzosa, messa in scena da sempre per i governati, il grande pubblico dei cittadini, quando fiducia, appartenenza e condivisione vacillano e ad esse subentrano  protesta, disillusione, disagio sociale.

Non abbiamo nulla contro la cultura popolare, i suoi aspetti e le sue declinazioni; anzi, ci sarebbe bisogno di un’autentica cultura popolare che rispecchiasse la ricchezza della società; del resto in passato l’integrazione di grandi masse per la formazione delle nazioni, è avvenuta anche grazie all formazione di una cultura popolare, altra e diversa dalla cultura alta, quella delle “élite” borghesi, nella quale gli individui si riconoscessero. L”800 è stato il secolo dello sviluppo della cultura popolare nei vari paesi europei che stavano edificando quelle “finzioni creatrici” che sono state le nazioni; ma lì la posta era alta e ad essa concorsero, nelle diverse realtà, Manzoni, Victor Hugo, Gogol, Verdi, Carducci ed altri grandi facitori di miti fondativi. Ora noi dobbiamo ancora costruire, non le nazioni, ma forme nuove di democrazia e lo slancio di una cultura popolare sarebbe indispensabile.

Ma oggi, in una realtà di populismi crescenti, di società smarrite  e in sofferenza, di democrazia logorata, di politica subalterna e con corto respiro, la cultura popolare si declina, ahimè, così e la televisione, insuperata maestra di cerimonie, mobilita famiglie,”single”in cerca di conforto, gente oppressa dalle bollette da pagare, gente in cerca, ogni giorno,di una musica diversa e tutti tiene appesi per qualche sera all’àncora della spensieratezza e dell’ineffabile banalità. Dove non sono riusciti i politici di varia natura e postura, gli arruffapopolo, i salvatori, i “leader” improvvisati e fulmineamente arrivati,  i Berlusconi, i Grillo, o altri, è riuscita la RAI, confezionando per un’Italia delusa e impoverita una avvincente saga nazionalpopolare. Che fiuto politico caspita!

Ma di altro abbiamo bisogno, ne siamo certi.

Bianconeve

La neve ha cominciato a cadere leggera e silenziosa a metà pomeriggio quando la luce si fa più tenue e trascolora nella sera; il vento si è fermato e l’aria sembrava improvvisamente immobile,come se ogni respiro fosse sospeso.Piccoli, sottili, impalpabili i fiocchi di neve si addensavano, volteggiavano come piume, spandendosi sul paesaggio, sulle case, sulle strade. Poco a poco il paese si è vestito di bianco e la cipria sottile, appena increspata, è diventata più spessa e uniforme: un vero mantello natalizio ancora interrotto a tratti dal verde scuro degli alberi, dal groviglio dei rami nel pezzo più folto della campagna, dalle finestre scure delle case, occhi solitari in tanto biancore.

Sembrava una magia questa neve, non la vedevamo da tempo e ne siamo rimasti colpiti: un evento che scendeva nella memoria e nel cuore, giù giù lungo i tornanti di molti anni, nell’infanzia, forse nell’adolescenza,un gioco all’indietro nel tempo per me, ma anche per i miei figli. Forse era il medesimo stupore ma loro sono corsi fuori, hanno scorazzato per il paese trsformato, nelle piazze, nelle vie del centro, giocando con la neve fino ad estenuarsi. Anch’io sono uscita camminando sulla neve crescente, con passo prima incerto poi più spedito,ma il pensiero correva di più, quello sì che non aveva freni e volteggiava nell’aria come la neve dal cielo e mi portava un odore antico di muschio lucente e di dolci affondati nel miele che mia madre sapientemente preparava.
Il nostro Natale di allora con l’albero grande e odoroso di bosco, le strenne e il suono delle zampogne sotto le nostre finestre. Il mondo di fuori c’era poco o non c’era, le notizie, le catastrofi, il frastuono della quotidianità pesante, logora, incombente, non ci toccava, non ci apparteneva, avvolti come eravamo da un ventaglio di colline e di neve…
La visione è durata qualche giorno; ora la neve si è sciolta lasciando per le strade rivoli biancastri e acqua sporca; alla tv continuano le polemiche sulla legge di stabilità che pare più che altro una condanna all’immobilità. Ho acceso il computer per leggere la posta. L’incanto è finito. Siamo nel nuovo anno e.. che gli dei ci proteggano!

Domenica di novembre a Parigi

La pioggia della notte, sottile e insistente, si è dileguata e il cielo pian piano si è aperto in un tono d’azzurro incerto.
Giornata di sole stamattina a Parigi, un sole non smagliante ma promettente che rischiara i palazzi grigio argento, la Senna increspata, le foglie copiose giallo oro e più scure e i pensieri, quelli che dal mattino si affollano nella mente e spingono e premono perchè qualcuno li metta in ordine, come oggetti sparsi in cerca di armonia. Ho studiato un po’, sono uscita tardi, giusto due passi per rilassarmi, mi son detta; mi sono diretta verso Notre-Dame: appuntamento non fissato ma riuscito. La piazza e la cattedrale erano immerse nel sole e l’albero natalizio, lì davanti, rifulgeva di grazia naturale. Molti turisti, molta gente, gente qualunque, da tutto il mondo, molti francesi, i devoti della domenica.
Sono entrata in chiesa e c’era la messa di “midi”: la navata centrale strapiena, il suono dell’organo che si spandeva in tanto silenzio e un aspro odore di incenso che mi assaliva le narici. Mi sono ricordata di quand’ero bambina e, se pur non di frequente, andavo in chiesa con mia madre per le feste comandate o per qualche cerimonia importante. Allora, appena varcata la soglia della chiesa, mi prendeva quasi una sorta di stordimento nel quale tutto si confondeva, le luci, l’organo, la voce del prete parlata o cantata, i paramenti, le candele e alle pareti i dipinti spesso foschi e minacciosi ai miei occhi di bimba; ma sopra ogni cosa era l’incenso che mi attirava e respingeva col suo doppio carico di odore e fumosità che sembrava preparare una magia.

Oggi lo stordimento è stato diverso, se pure sull’eco della mia condizione infantile. Respiravo a piene narici, mi sono fatta largo per vedere l’altare e sono rimasta ad ascoltare con lo sguardo che vagava dalle volte del soffitto alle meravigliose vetrate delle navate laterali con i loro ricami di colori e di simboli. Mi sembrava che tutta la bellezza si fosse lì concentrata; sono rimasta assorta e per qualche istante rilassata con i pensieri leggeri e come trascolorati in mezzo a tanta pienezza. Poco dopo però sono arrivate le legioni degli “zombie”, i compulsivi dello scatto fotografico, quelli senza fantasia, né parola, né pennello, che devono ad ogni costo fissare velocemente con gli aggeggi elettronici ciò che vedono, quelli senza memoria e proprio per questo zelanti devoti della macchina, del computer, del tablet sempre e dovunque e di tutto ciò che si sostituisce ai sensi, al cervello, alla capacità di dire, ricordare, rappresentare, tutte facoltà primariamente umane oggi un po’ in disuso. Non riuscivo a trovare un angolo tranquillo, mi spostavo e un altro braccio teso, due, tre, mi si paravano davanti, in questa ossessione dell’immortalare, con mano ed occhio maldestri e banali, ciò che solo la nostra percezione riesce fedelmente a trattenete e a conservare.

Non ho niente contro la fotografia, tutt’altro; è un’arte fra le altre, al pari di altre e come tale va praticata. La realtà può essere sublimemente raccontata dall’occhio che la guarda, che la penetra e ne immagina la storia, le pieghe nascoste e anche ne prefigura il possibile destino, fissando tutto ciò in un momento preciso e irripetibile che è reso possibile dalla fotografia( come Barthes ci ha insegnato). Ma questa smania collettiva che adesso dilaga è altra cosa, è un gioco demenziale, ci rende più poveri ,marionette e automi, incapaci di pensare, di godere della bellezza come di soffrire di fronte alla desolazione, ci rende più soli sotto l’apparenza di grandi e affollate condivisioni, nella convinzione illusoria che possiamo essere tutto: artisti, fotografi, cantanti, musicisti, scrittori, imprenditori giornalisti. Invece restiamo dei mediocri illusionisti! E soli.
Sono uscita dalla cattedrale; ho rifatto lentamente un pezzo del lungo Senna girandomi ogni tanto a riguardare Notre Dame, purissima e splendente nel sole, velata dal riverbero giallo verdognolo degli alberi, una Signora sontuosa accovacciata sul fiume,un simbolo maestoso di tanta storia. La piazza Saint Michel era anch’essa un brulicare di persone e l’Angelo della fontana brandiva la sua spada come promettendo riparo e difesa.. Ho ripreso le vie strette del Quartier Latin e sono tornata a casa.

La piramide senza il cerchio

Anche quì a Parigi, dove mi trovo pe ricerca, mi giungono echi sgradevoli dall’Italia, portati dal vento su per le Alpi innevate, fino a queste strade magiche del Quartiere latino dove abito. Non ancora spento è il clamore per la legge sul lavoro e l’articolo 18, passata al Senato, non ancora chiuso il sipario mediatico sulla grande manifestazione dei sindacati a Roma, una marea di gente con una sola voce. Ed ecco che ben altro clamore e tumulto si propagano in seguito alla manifestazione di ieri, a Roma, dei lavoratori delle Acciaierie di Terni, attaccata dalle forze dell’ordine e conclusasi in un clima teso con un bilancio di diversi feriti fra gli operai ed anche fra i poliziotti. Pessima prova per il governo di Matteo Renzi di cui conoscevamo già i modi spicci, le scorciatoie verbali e formali, gli annunci roboanti, ma non ancora l’aspetto antico e cupo di tutti i governi d’ordine, la polizia che reprime e quel rumore di sirene e manganelli che battono su manifestanti autorizzati, pacifici e non violenti.

Così la recita prosegue, il ministro Alfano esprime solidarietà ai feriti, tirandola prontamente fuori dalla tasca delle buone intenzioni, il premier chiede che vengano accertati i fatti, i partiti, alcuni, chiedono che si riferisca alle Camere; insomma i rituali formali ed ormai davvero vuoti di senso provvedono a rappresentare le istituzioni nella loro dinamica “democratica”. Di quale democrazia, ce lo chiediamo e non siamo in pochi! Perchè nella forma democratica, quali che siano le sue specifiche declinazioni, la politica ed il suo decidere non possono sopraffare la società, le sue voci, i suoi interessi lecitamente espressi, nè possono arrogarsi il diritto della separatezza e determinazione invocate in nome dell’efficacia del governare.
In democrazia la politica deve tenere ben saldi i fili che la legano alla società e tendere l’orecchio, un grande orecchio, per sentirne anche i più remoti brusii. In democrazia, ancora, devono valere, fra le altre, le regole del discutere prima e poi del decidere(tenendo in conto il discusso) e quindi occorre utilizzare le dimensioni del cerchio (lo spazio nel quale si dibatte su un piano di formale parità) e della la piramide (quello in cui si decide dopo avere dibattuto nella dimensione ampia del cerchio). La democrazia è un congegno delicato e un percorso faticoso,non è semplice.
Smetta dunque Renzi di proclamare che le leggi non si discutono con i sindacati, che lui tira dritto, convinto di avere in tasca la ricetta per tutto, che lui e solo lui ha chiaro qual è il bene del paese; usi più il “logos” che la battuta, più la riflessione che la frenesia attivistica, usi più la penna che il manganello!
Perchè la politica è vuota e impotente se la società è svilita, mortificata e si dissolve.

Articolo18, sì grazie

La riforma del lavoro è il tema dominante in questi giorni e tiene le prime pagine dei giornali e i primi titoli dei tg e i primi posti su twitter perchè ciascuno dei protagonisti, politici e non, lancia il suo ordine, anatema, grido di guerra, o invettiva, saggio consiglio, proclama, larvata minaccia, o semplicemente riflessione. Lo spettacolo è iniziato da un pezzo, gli attori vestono maschere diverse, sembra che a volte le scambino per spiazzare la gente; il pubblico, per una parte, si è scaldato, come negli stadi, nelle arene e in tutti i luoghi dove il confronto è aspro e forte, scomposto, senza regole certe, a braccia alzate, minacciose e gola spiegata come l’ondeggiare della folla comanda. Il frastuono produce vuoto.
La regia è pessima, la regia ha sbagliato, bisogna ricominciare e riassegnare nel modo giusto le parti sbagliate e riscrivere molta parte della sceneggiatura: ruoli, dialoghi, battute (quelle poi, se cascano male,rovinano tutto!). Il tema del lavoro e della sua riforma è troppo importante, è la spina dorsale della società che, a partire da questo, può costruire il resto, la cultura, le cose ludiche, l’arte, la scuola, la ricerca e tutto ciò che crea il senso collettivo dello stare insieme.

Il governo Renzi ha messo mano, fra l’altro, a questa impresa, in un cantiere con tanti “dossier” e questo è positivo ma non basta, anzi direi che non basta affatto e guasta perchè una riforma (e di questo tenore) bisogna immaginarla e costruirla con l’apporto di altri, di molti, soprattutto degli attori sociali e istituzionali, come è buona regola delle democrazie.
Non si può quindi liquidare la minoranza, la sinistra del PD, dicendo,come fa il capo del governo, che essa vuole tornare con vecchie formule e indebolire il partito trionfante del 40,8%; non si può accusare il sindacato CGIL, o i sindacati in genere, di ideologismo perchè quest’ultimo è proprio l’argomento frusto e vuoto, storicamente usato da chi ha il potere contro gli avversari politici, salvo poi ad utilizzare egli stesso l'”ideologia” a supporto delle proprie decisioni e scelte politiche; non si può infine inviare una lettera vaga e tautologica agli iscritti del PD col tono e il linguaggio delle partite all’oratorio, come a dire”tifate per noi che siamo più bravi, possiamo mandare più palle in porta, aiutateci e lasciamo in panchina questi guastatori”!

Come qualcuno diceva, la semplicità, ossia la chiarezza nel cogliere le cose e l’occhio volto all’essenziale sono propri dell’intelligenza, la complicazione, invece, voluta o casuale, è propria della stupidità. Siamo dunque al punto, al nostro punto: i diritti e la dignità del lavoratore vanno preservati, mantenuti e riaffermati, il licenziamento arbitrario e immotivato
va evitato, il mercato del lavoro e le sue dinamiche devono rispondere a logiche precise, condivise e non da protocapitalismo, ammantato di ultramodernità, come alcune nostalgie neoliberali vogliono far credere.
I valori ed i principi che sono nell’articolo 18 vanno pertanto sottoscritti e ribaditi con forza, sono l’approdo di un pezzo della nostra storia nazionale ; non sarà smantellandoli che diventeremo più competitivi. E poi, come per gli edifici, se rendiamo deboli alcuni pilastri, ci ritroveremo in una abitazione traballante e null’altro potremo costruire.
Le riforme, sì, ma per andare avanti!

Autunno che vieni

Mi sono svegliata con l’odore aspro della pioggia settembrina e il grigio scuro del cielo al rapido assalto di narici ed occhi, mi sono detta che forse ancora sognavo, ho sentito lo scrosciare dell’acqua fra i rami e le case; mi sono rigirata ed ho bevuto un caffè rassicurante.
Agosto è passato in un soffio, col sole rovente, il cielo azzurro smaltato, le sere trionfanti di luna sul ventaglio di colline silenziose come dame addormentate; Agosto è passato rapido come vento che trascina con sè foglie, detriti, pensieri, lasciando un senso acuto di cose non fatte, una specie di vuoto che vaga dalla mente al petto, una sensazione di piattezza e malessere senza movimento, col respiro monotono delle cose usuali, vizze, logorate…
Mia madre mi guarda silenziosa ,piccola e sottile nel suo letto rosavestito e i suoi occhi vagano come a cercare lucori passati. Io non smetto di parlarle e le parole mi sembrano freddo metallo,cadono vuote.
La realtà tutt’intorno pare bloccata; la politica sembra ripetere vecchi motivi e filastrocche e formule postmoderne come per intrattenere un uditorio stanco e farlo ancora essere platea docile, paziente, dismagata sì, ma oscillante fra timore e speranza.
Così si ricomincia, si torna in città, si smettono i lini dell’estate, si aspetta, si entra nelle cose, il ritmo cambia, diventa serrato, l’odore di asfalto ci invade e si cerca il perchè, ogni sera, nelle nostre stanze.
Buongiorno, autunno, non ci soffocare.