Elezioni dipartimentali francesi: la guerra dei nervi

Le elezioni dipartimentali di oggi in Francia sono un momento cruciale, un vero nodo nella realtà politica francese che si scioglierà, in un senso o nell’altro, alla conclusione del secondo turno. I segnali del possibile esito sono già da tempo chiari e preoccupanti e le previsioni di sondaggi e commentatori disegnano un’atmosfera politica ed un contesto precisi: il Front National di Marine Le Pen potrebbe arrivare al28%, l’UMP di Sarkozy oltre il 25%, il PS, il partito del presidente Hollande, partito al potere, sfiorerebbe il 20%.L’aria è tesa e surriscaldata ormai da alcune settimane e i protagonisti di questa partita a tre, sono stati e sono tutti sul campo a marcare il territorio ,quello reale e quello mediatico, con dichiarazioni, avvertimenti, ansimanti corse da un capo all’altro della Francia per scovare e convincere elettori incerti o, peggio, perduti, per riparare una diga che non tiene più.

Il tasso di partecipazione al voto è salito un po’(42% degli elettori),la febbre frontista continua a salire, propagandosi dallo sguardo saettante della “leader” ai seguaci e al grande corpo elettorale, sull’onda di una linea precisa e da lei ribadita: la via maestra per la vittoria del FN e la scalata all’Eliseo,è la politica del territorio che dunque il partito tenacemente persegurà. I socialisti sono in agitazione e hanno schierato più che le truppe i loro generali: il primo ministro Manuel Valls già da settimane, ha dato veste pubblica al suo timore che la Francia si infranga sul muro pericoloso della destra estrema del FN e continua a lanciare SOS per la patria in pericolo; il segretario del sindacato CGT, Marthinez,dice a viva voce che il partito di M.Le Pen è pericoloso, è “un poison”,un veleno che distrugge i valori repubblicani; Sarkozy attacca la politica perdente ed inefficace della presidenza Hollande e riafferma l’immagine di una Francia a testa alta tenendo d’occhio l’elettorato de Le Pen, al quale propone una linea più “perbene” e consolidata nei valori repubblicani. La sua strategia di ricostruzione del partito attorno alla sua “leadership” potrebbe dare buoni risultati.
Il fatto è che la “République” e i sacri valori repubblicani e la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo sono tirati in ballo un po’ da tutti, dalla destra estrema alla sinistra, passando per il centro e sono diventati una sorta di ideologia, un gigantesco equivoco, un grande mantello da indossare strumentalmente nell’agone della campagna elettorale, e non solo, che le varie forze politiche tirano ciascuna dalla propria parte.Attorno al mito della “République”sono così possibili le più strane acrobazie politiche!

La prima vera novità però è che Marine Le Pen, nella sua strategia di modernizzazione e “dédiabolisation” del partito, ha cambiato rotta, su diversi punti, rispetto alla linea paterna, imprimendo una svolta importante al FN e sparigliando il gioco con sorpresa degli avversari. Il richiamo da lei fatto ai valori repubblicani, alla difesa della Francia come patria degli autentici valori repubblicani (e dunque da proteggere dall'”invasion”dell’islam), ribadito senza risparmio, non solo tenta di legittimare il partito presso un elettorato più ampio,allontanando da esso lo stigma della xenofobia, ma confonde insidiosamente le acque e spiazza i pricipali competitori del FN, li obbliga a demistificare il discorso frontista (cosa non facile) e soprattutto a trovare altri elementi e strumenti per la proria identità e le proprie proposte politiche.
La seconda novità è che la politica del territorio e sul rerritorio di Marine Le Pen (anche questa in discontinuità con la tradizionale linea politica del padre J.M. Marie),ha una sua logica e portata realistica che mira a tessere progressivamente una tela complessa, una trama di rapporti, di alleanze possibili, una articolazione locale prima debole,ora ben avviata, che non può che rafforzare il partito e l’elettorato di riferimento, con l’obiettivo ambizioso di un primato futuro sul piano nazionale.

La terza non è una novità ma una realtà, quella del populismo, dei populismi, patrimonialistici, telematici, nazionalpopulistici, etnoregionalisti, di destra ma anche di sinistra, che ogni giorno si espandono un po’ di più, corrono, laddove gli altri partiti sono lenti e logorati, rafforzano voce, gesti, movenze, corpo, anima, consenso sociale e soprattutto luoghi e strutture di potere. E’ un pesante rompicapo, una minaccia per la Francia, per l’Italia, per le democrazie europee, ancor più per L’Europa e il suo progetto.

La giostra “nazionalpopolare”

Sanremo torna a celebrare i suoi fasti con una cadenza quasi da rituale che ogni anno scandisce il trascorrere del tempo e degli eventi che lo attraversano. Il festival si è aperto ieri sera, già ossessivamente annunciato, per far salire l’attesa e le aspettative del grande pubblico, in un tripudio di luci, colori e sfavillanti banalità ,un evento nazionalpopolare nel quale  racchiudere il distillato dell’italianità: musica, canzoni, volti della bella Italia melodica e strappalacrime, come nell’iconografia più frusta e tradizionale.

Quest’anno però la favola si è perfezionata; a spazzare via i rombi di guerra, la crisi, il lavoro che manca e le difficoltà di un paese che annaspa, sono arrivati  Romina e Albano, mitica coppia canora e nella vita degli anni ’80, ora non più uniti nella realtà, ma pronti a resuscitare sul palco il racconto suadente di un mondo che fu, speranza, inno all’amore, lode alla famiglia, gaiezza negli occhi e nelle strofe cantate e tutto ciò che serve a riproporre una saga, un modo di vedere le cose, il sogno italiano, di tanti italiani in cerca di destino. Certo i due cantanti sono apparsi diversi, appesantiti, non più esili figure eleganti in cerca di successo, con voce limpida e stentorea come trent’anni fa, ma appunto per questo, in questa celebrazione nazionalpopolare, più convincenti, come a dire: noi siamo quì, come allora e le vicende, il tempo, le asprezze, le calamità, non ci hanno scalfito; siamo sempre pronti a cantare la vita, a chiudere il cerchio inm positivo perchè basta dire”felicità” o “terra mia” e il miracolo si compie! E il tempo è immobile…

Così esistono due realtà: quella di tutti i giorni col grigio brumoso della necessità e quella dorata, speranzosa, messa in scena da sempre per i governati, il grande pubblico dei cittadini, quando fiducia, appartenenza e condivisione vacillano e ad esse subentrano  protesta, disillusione, disagio sociale.

Non abbiamo nulla contro la cultura popolare, i suoi aspetti e le sue declinazioni; anzi, ci sarebbe bisogno di un’autentica cultura popolare che rispecchiasse la ricchezza della società; del resto in passato l’integrazione di grandi masse per la formazione delle nazioni, è avvenuta anche grazie all formazione di una cultura popolare, altra e diversa dalla cultura alta, quella delle “élite” borghesi, nella quale gli individui si riconoscessero. L”800 è stato il secolo dello sviluppo della cultura popolare nei vari paesi europei che stavano edificando quelle “finzioni creatrici” che sono state le nazioni; ma lì la posta era alta e ad essa concorsero, nelle diverse realtà, Manzoni, Victor Hugo, Gogol, Verdi, Carducci ed altri grandi facitori di miti fondativi. Ora noi dobbiamo ancora costruire, non le nazioni, ma forme nuove di democrazia e lo slancio di una cultura popolare sarebbe indispensabile.

Ma oggi, in una realtà di populismi crescenti, di società smarrite  e in sofferenza, di democrazia logorata, di politica subalterna e con corto respiro, la cultura popolare si declina, ahimè, così e la televisione, insuperata maestra di cerimonie, mobilita famiglie,”single”in cerca di conforto, gente oppressa dalle bollette da pagare, gente in cerca, ogni giorno,di una musica diversa e tutti tiene appesi per qualche sera all’àncora della spensieratezza e dell’ineffabile banalità. Dove non sono riusciti i politici di varia natura e postura, gli arruffapopolo, i salvatori, i “leader” improvvisati e fulmineamente arrivati,  i Berlusconi, i Grillo, o altri, è riuscita la RAI, confezionando per un’Italia delusa e impoverita una avvincente saga nazionalpopolare. Che fiuto politico caspita!

Ma di altro abbiamo bisogno, ne siamo certi.

Bianconeve

La neve ha cominciato a cadere leggera e silenziosa a metà pomeriggio quando la luce si fa più tenue e trascolora nella sera; il vento si è fermato e l’aria sembrava improvvisamente immobile,come se ogni respiro fosse sospeso.Piccoli, sottili, impalpabili i fiocchi di neve si addensavano, volteggiavano come piume, spandendosi sul paesaggio, sulle case, sulle strade. Poco a poco il paese si è vestito di bianco e la cipria sottile, appena increspata, è diventata più spessa e uniforme: un vero mantello natalizio ancora interrotto a tratti dal verde scuro degli alberi, dal groviglio dei rami nel pezzo più folto della campagna, dalle finestre scure delle case, occhi solitari in tanto biancore.

Sembrava una magia questa neve, non la vedevamo da tempo e ne siamo rimasti colpiti: un evento che scendeva nella memoria e nel cuore, giù giù lungo i tornanti di molti anni, nell’infanzia, forse nell’adolescenza,un gioco all’indietro nel tempo per me, ma anche per i miei figli. Forse era il medesimo stupore ma loro sono corsi fuori, hanno scorazzato per il paese trsformato, nelle piazze, nelle vie del centro, giocando con la neve fino ad estenuarsi. Anch’io sono uscita camminando sulla neve crescente, con passo prima incerto poi più spedito,ma il pensiero correva di più, quello sì che non aveva freni e volteggiava nell’aria come la neve dal cielo e mi portava un odore antico di muschio lucente e di dolci affondati nel miele che mia madre sapientemente preparava.
Il nostro Natale di allora con l’albero grande e odoroso di bosco, le strenne e il suono delle zampogne sotto le nostre finestre. Il mondo di fuori c’era poco o non c’era, le notizie, le catastrofi, il frastuono della quotidianità pesante, logora, incombente, non ci toccava, non ci apparteneva, avvolti come eravamo da un ventaglio di colline e di neve…
La visione è durata qualche giorno; ora la neve si è sciolta lasciando per le strade rivoli biancastri e acqua sporca; alla tv continuano le polemiche sulla legge di stabilità che pare più che altro una condanna all’immobilità. Ho acceso il computer per leggere la posta. L’incanto è finito. Siamo nel nuovo anno e.. che gli dei ci proteggano!

Domenica di novembre a Parigi

La pioggia della notte, sottile e insistente, si è dileguata e il cielo pian piano si è aperto in un tono d’azzurro incerto.
Giornata di sole stamattina a Parigi, un sole non smagliante ma promettente che rischiara i palazzi grigio argento, la Senna increspata, le foglie copiose giallo oro e più scure e i pensieri, quelli che dal mattino si affollano nella mente e spingono e premono perchè qualcuno li metta in ordine, come oggetti sparsi in cerca di armonia. Ho studiato un po’, sono uscita tardi, giusto due passi per rilassarmi, mi son detta; mi sono diretta verso Notre-Dame: appuntamento non fissato ma riuscito. La piazza e la cattedrale erano immerse nel sole e l’albero natalizio, lì davanti, rifulgeva di grazia naturale. Molti turisti, molta gente, gente qualunque, da tutto il mondo, molti francesi, i devoti della domenica.
Sono entrata in chiesa e c’era la messa di “midi”: la navata centrale strapiena, il suono dell’organo che si spandeva in tanto silenzio e un aspro odore di incenso che mi assaliva le narici. Mi sono ricordata di quand’ero bambina e, se pur non di frequente, andavo in chiesa con mia madre per le feste comandate o per qualche cerimonia importante. Allora, appena varcata la soglia della chiesa, mi prendeva quasi una sorta di stordimento nel quale tutto si confondeva, le luci, l’organo, la voce del prete parlata o cantata, i paramenti, le candele e alle pareti i dipinti spesso foschi e minacciosi ai miei occhi di bimba; ma sopra ogni cosa era l’incenso che mi attirava e respingeva col suo doppio carico di odore e fumosità che sembrava preparare una magia.

Oggi lo stordimento è stato diverso, se pure sull’eco della mia condizione infantile. Respiravo a piene narici, mi sono fatta largo per vedere l’altare e sono rimasta ad ascoltare con lo sguardo che vagava dalle volte del soffitto alle meravigliose vetrate delle navate laterali con i loro ricami di colori e di simboli. Mi sembrava che tutta la bellezza si fosse lì concentrata; sono rimasta assorta e per qualche istante rilassata con i pensieri leggeri e come trascolorati in mezzo a tanta pienezza. Poco dopo però sono arrivate le legioni degli “zombie”, i compulsivi dello scatto fotografico, quelli senza fantasia, né parola, né pennello, che devono ad ogni costo fissare velocemente con gli aggeggi elettronici ciò che vedono, quelli senza memoria e proprio per questo zelanti devoti della macchina, del computer, del tablet sempre e dovunque e di tutto ciò che si sostituisce ai sensi, al cervello, alla capacità di dire, ricordare, rappresentare, tutte facoltà primariamente umane oggi un po’ in disuso. Non riuscivo a trovare un angolo tranquillo, mi spostavo e un altro braccio teso, due, tre, mi si paravano davanti, in questa ossessione dell’immortalare, con mano ed occhio maldestri e banali, ciò che solo la nostra percezione riesce fedelmente a trattenete e a conservare.

Non ho niente contro la fotografia, tutt’altro; è un’arte fra le altre, al pari di altre e come tale va praticata. La realtà può essere sublimemente raccontata dall’occhio che la guarda, che la penetra e ne immagina la storia, le pieghe nascoste e anche ne prefigura il possibile destino, fissando tutto ciò in un momento preciso e irripetibile che è reso possibile dalla fotografia( come Barthes ci ha insegnato). Ma questa smania collettiva che adesso dilaga è altra cosa, è un gioco demenziale, ci rende più poveri ,marionette e automi, incapaci di pensare, di godere della bellezza come di soffrire di fronte alla desolazione, ci rende più soli sotto l’apparenza di grandi e affollate condivisioni, nella convinzione illusoria che possiamo essere tutto: artisti, fotografi, cantanti, musicisti, scrittori, imprenditori giornalisti. Invece restiamo dei mediocri illusionisti! E soli.
Sono uscita dalla cattedrale; ho rifatto lentamente un pezzo del lungo Senna girandomi ogni tanto a riguardare Notre Dame, purissima e splendente nel sole, velata dal riverbero giallo verdognolo degli alberi, una Signora sontuosa accovacciata sul fiume,un simbolo maestoso di tanta storia. La piazza Saint Michel era anch’essa un brulicare di persone e l’Angelo della fontana brandiva la sua spada come promettendo riparo e difesa.. Ho ripreso le vie strette del Quartier Latin e sono tornata a casa.

La piramide senza il cerchio

Anche quì a Parigi, dove mi trovo pe ricerca, mi giungono echi sgradevoli dall’Italia, portati dal vento su per le Alpi innevate, fino a queste strade magiche del Quartiere latino dove abito. Non ancora spento è il clamore per la legge sul lavoro e l’articolo 18, passata al Senato, non ancora chiuso il sipario mediatico sulla grande manifestazione dei sindacati a Roma, una marea di gente con una sola voce. Ed ecco che ben altro clamore e tumulto si propagano in seguito alla manifestazione di ieri, a Roma, dei lavoratori delle Acciaierie di Terni, attaccata dalle forze dell’ordine e conclusasi in un clima teso con un bilancio di diversi feriti fra gli operai ed anche fra i poliziotti. Pessima prova per il governo di Matteo Renzi di cui conoscevamo già i modi spicci, le scorciatoie verbali e formali, gli annunci roboanti, ma non ancora l’aspetto antico e cupo di tutti i governi d’ordine, la polizia che reprime e quel rumore di sirene e manganelli che battono su manifestanti autorizzati, pacifici e non violenti.

Così la recita prosegue, il ministro Alfano esprime solidarietà ai feriti, tirandola prontamente fuori dalla tasca delle buone intenzioni, il premier chiede che vengano accertati i fatti, i partiti, alcuni, chiedono che si riferisca alle Camere; insomma i rituali formali ed ormai davvero vuoti di senso provvedono a rappresentare le istituzioni nella loro dinamica “democratica”. Di quale democrazia, ce lo chiediamo e non siamo in pochi! Perchè nella forma democratica, quali che siano le sue specifiche declinazioni, la politica ed il suo decidere non possono sopraffare la società, le sue voci, i suoi interessi lecitamente espressi, nè possono arrogarsi il diritto della separatezza e determinazione invocate in nome dell’efficacia del governare.
In democrazia la politica deve tenere ben saldi i fili che la legano alla società e tendere l’orecchio, un grande orecchio, per sentirne anche i più remoti brusii. In democrazia, ancora, devono valere, fra le altre, le regole del discutere prima e poi del decidere(tenendo in conto il discusso) e quindi occorre utilizzare le dimensioni del cerchio (lo spazio nel quale si dibatte su un piano di formale parità) e della la piramide (quello in cui si decide dopo avere dibattuto nella dimensione ampia del cerchio). La democrazia è un congegno delicato e un percorso faticoso,non è semplice.
Smetta dunque Renzi di proclamare che le leggi non si discutono con i sindacati, che lui tira dritto, convinto di avere in tasca la ricetta per tutto, che lui e solo lui ha chiaro qual è il bene del paese; usi più il “logos” che la battuta, più la riflessione che la frenesia attivistica, usi più la penna che il manganello!
Perchè la politica è vuota e impotente se la società è svilita, mortificata e si dissolve.

Articolo18, sì grazie

La riforma del lavoro è il tema dominante in questi giorni e tiene le prime pagine dei giornali e i primi titoli dei tg e i primi posti su twitter perchè ciascuno dei protagonisti, politici e non, lancia il suo ordine, anatema, grido di guerra, o invettiva, saggio consiglio, proclama, larvata minaccia, o semplicemente riflessione. Lo spettacolo è iniziato da un pezzo, gli attori vestono maschere diverse, sembra che a volte le scambino per spiazzare la gente; il pubblico, per una parte, si è scaldato, come negli stadi, nelle arene e in tutti i luoghi dove il confronto è aspro e forte, scomposto, senza regole certe, a braccia alzate, minacciose e gola spiegata come l’ondeggiare della folla comanda. Il frastuono produce vuoto.
La regia è pessima, la regia ha sbagliato, bisogna ricominciare e riassegnare nel modo giusto le parti sbagliate e riscrivere molta parte della sceneggiatura: ruoli, dialoghi, battute (quelle poi, se cascano male,rovinano tutto!). Il tema del lavoro e della sua riforma è troppo importante, è la spina dorsale della società che, a partire da questo, può costruire il resto, la cultura, le cose ludiche, l’arte, la scuola, la ricerca e tutto ciò che crea il senso collettivo dello stare insieme.

Il governo Renzi ha messo mano, fra l’altro, a questa impresa, in un cantiere con tanti “dossier” e questo è positivo ma non basta, anzi direi che non basta affatto e guasta perchè una riforma (e di questo tenore) bisogna immaginarla e costruirla con l’apporto di altri, di molti, soprattutto degli attori sociali e istituzionali, come è buona regola delle democrazie.
Non si può quindi liquidare la minoranza, la sinistra del PD, dicendo,come fa il capo del governo, che essa vuole tornare con vecchie formule e indebolire il partito trionfante del 40,8%; non si può accusare il sindacato CGIL, o i sindacati in genere, di ideologismo perchè quest’ultimo è proprio l’argomento frusto e vuoto, storicamente usato da chi ha il potere contro gli avversari politici, salvo poi ad utilizzare egli stesso l'”ideologia” a supporto delle proprie decisioni e scelte politiche; non si può infine inviare una lettera vaga e tautologica agli iscritti del PD col tono e il linguaggio delle partite all’oratorio, come a dire”tifate per noi che siamo più bravi, possiamo mandare più palle in porta, aiutateci e lasciamo in panchina questi guastatori”!

Come qualcuno diceva, la semplicità, ossia la chiarezza nel cogliere le cose e l’occhio volto all’essenziale sono propri dell’intelligenza, la complicazione, invece, voluta o casuale, è propria della stupidità. Siamo dunque al punto, al nostro punto: i diritti e la dignità del lavoratore vanno preservati, mantenuti e riaffermati, il licenziamento arbitrario e immotivato
va evitato, il mercato del lavoro e le sue dinamiche devono rispondere a logiche precise, condivise e non da protocapitalismo, ammantato di ultramodernità, come alcune nostalgie neoliberali vogliono far credere.
I valori ed i principi che sono nell’articolo 18 vanno pertanto sottoscritti e ribaditi con forza, sono l’approdo di un pezzo della nostra storia nazionale ; non sarà smantellandoli che diventeremo più competitivi. E poi, come per gli edifici, se rendiamo deboli alcuni pilastri, ci ritroveremo in una abitazione traballante e null’altro potremo costruire.
Le riforme, sì, ma per andare avanti!

Autunno che vieni

Mi sono svegliata con l’odore aspro della pioggia settembrina e il grigio scuro del cielo al rapido assalto di narici ed occhi, mi sono detta che forse ancora sognavo, ho sentito lo scrosciare dell’acqua fra i rami e le case; mi sono rigirata ed ho bevuto un caffè rassicurante.
Agosto è passato in un soffio, col sole rovente, il cielo azzurro smaltato, le sere trionfanti di luna sul ventaglio di colline silenziose come dame addormentate; Agosto è passato rapido come vento che trascina con sè foglie, detriti, pensieri, lasciando un senso acuto di cose non fatte, una specie di vuoto che vaga dalla mente al petto, una sensazione di piattezza e malessere senza movimento, col respiro monotono delle cose usuali, vizze, logorate…
Mia madre mi guarda silenziosa ,piccola e sottile nel suo letto rosavestito e i suoi occhi vagano come a cercare lucori passati. Io non smetto di parlarle e le parole mi sembrano freddo metallo,cadono vuote.
La realtà tutt’intorno pare bloccata; la politica sembra ripetere vecchi motivi e filastrocche e formule postmoderne come per intrattenere un uditorio stanco e farlo ancora essere platea docile, paziente, dismagata sì, ma oscillante fra timore e speranza.
Così si ricomincia, si torna in città, si smettono i lini dell’estate, si aspetta, si entra nelle cose, il ritmo cambia, diventa serrato, l’odore di asfalto ci invade e si cerca il perchè, ogni sera, nelle nostre stanze.
Buongiorno, autunno, non ci soffocare.

L’Europa perduta

L’Europa sembra afasica e bloccata, anzi forse lo è, a giudicare dagli eventi degli ultimi giorni. C’è una realtà inquietante in questo nostro mondo complesso e globalizzato:  venti di guerra soffiano da una parte all’altra nei continenti e soprattutto guerre reali e spietate divampano dal Medio oriente all’Ucraina col loro carico di vittime innocenti, disarmate che aumenta ogni giorno. Le democrazie europee non sono toccate dalla guerra e non se ne sentono neppure lambite, immaginando probabilmente un miracoloso cordone che le preserva dal sibilo dei razzi o dei cannoni che devasta altri paesi, come l’individuo quando guarda alle disgrazie altrui con la distanza di chi ne è esente, lui forte e prescelto dagli dei!

Così la UE, il cui parlamento è stato appena rieletto, continua con i proclami e le dicharazioni di un rinnovamento delle sue politiche, del suo ruolo, del suo progetto di Stati uniti d’Europa; e soprattutto continua nello stile di sempre, presentandosi come una ben congegnata, potente macchina di burocrazia, di veti incrociati, di alchimie, per garantire equilibri di potere e di vertice che non toccano la sostanza dei problemi politici concreti, nè le istanze degli uomini e delle donne che l’hanno voluta, immaginata, votata.

C’è un indegno spettacolo di contrattazione per le cariche che contano e finora la Commissione Europea ha solo il suo presidente nella persona del tedesco JUNCKER; il governo italiano fa il braccio di ferro sul nome della Mogherini come ministro degli esteri europeo e trova resistenze diffuse, molte delle quali, penso, motivate e legittime; gli altri paesi fanno lo stesso ed ognuno non vuole rinunciare neppure ad un piccolo spicchio di quella che si chiama "sovranità"(pretenziosa parola) e che in questo caso riveste di nobile manto solo interessi precisi dei singoli Stati.  Si arriverà al 30 agosto per riprendere e concludere (si spera! ) le trattative, ma intanto i conflitti continuano, si aggravano, accendendo forse altri focolai in varie parti del pianeta e distruggendo la vita e il destino di intere popolazioni, le vite concrete, le case, le città, i villaggi, la memoria di esse.

Ma dov’è l’Europa, la sua capacità di decisione, il suo compito di farsi promotrice di politiche unitarie, il suo ruolo propositivo e di mediazione nello scenario globale contro le spinte anarchiche, di violenza, di sopraffazione che esplodono come lava vulcanica in molti paesi? Sembra che le uniche ragioni che mobilitano, inducono scelte, fanno prendere posizione, siano quelle economiche, del denaro, del petrolio prezioso e del controllo di fette di potere. Il resto, tutto il resto, può attendere.
Questa “pace”tanto celebrata, evocata, osannata, dopo il secondo conflitto mondiale, sul cui altare si sono nei decenni realizzate politiche nobili, ma anche meno nobili, quando non abiette, con la pretesa di mantenerla e preservarla, questa pace ora è davvero in pericolo e, sotto la crosta ingannevole, ribollono fermenti non più controllabili anche nell’Occidente di antica democrazia, civilizzazione e grandi ideali realizzati…
Questa Europa deve cambiare pensieri, abito, rotta; questa Europa adesso non c’è, è inadempiente, muta, ripiegata nei cerchi della sua complessa organizzazione come in una gabbia inaccessibile ai più. Questa Europa per questo è colpevole.
Democrazia, democrazie, cittadinanza, diritti, immigrazione, accoglienza, tolleranza, uguaglianza: sono le gambe su cui da sempre cammina la Libertà. Ma dove sono finite?

La riforma zoppa

La riforma del Senato, come tutte le riforme costituzionali, è materia delicata poichè modifica l’impianto della Costituzione e definisce le forme e le procedure dentro e grazie alle quali si attua la competizione democratica; essa quindi deve essere condivisa, largamente o il più possibile, dalle diverse forze politiche, e duratura nel senso che l’assetto scelto non può essere cambiato da un governo all’altro o a seconda del cangiare mutevole di una coalizione. Da anni si parla in Italia della necessità di superare il nostro bicameralismo perfetto(come è avvenuto in vari paesi europei) per il quale il Senato è un doppione della Camera, con le stesse funzioni e quindi inutile, anzi di intralcio ad una lettura ed approvazione spedita ed efficiente delle leggi.
Ora, finalmente, il governo Renzi-Alfano ha messo mano a questa impresa, ma subito un fitto fascio di nembi si è addensato su di essa, e non senza motivo, su questioni di metodo e di merito che dovrebbero costituire il “prius”quando si mette mano ad un progetto di tale portata(il capo del governo l’ha definito”storico” e allora che ne abbia le caratteristiche!). Fra i dilemmi più importanti: 1)elezione diretta da parte dei cittadini,o indiretta(nel senso di scegliere i senatori fra i consiglieri regionali ed i sindaci, già eletti direttamente);2) composizione del Senato e numero dei suoi componenti,compresi quelli di nomina del presidente della Repubblica.La commissione Affari costituzionali si è messa al lavoro per redigere una proposta da sottoporre al voto, ma subito il sentiero è apparso stretto: posizioni diverse, distanti, a volte divaricate, tante quante sono le forze politiche, ma anche di più, perchè anche nel PD, il partito di maggioranza,il partito del “premier”, è emerso un orientamento differente, critico, dubbioso, rispetto alle scelte della maggioranza del partito e della Commissione.

Così si è cercato un sentiero piano e, in omaggio ad un’idea di democrazia tanto rapida e semplificatrice quanto discutibile, si sono velocemente sostituiti in commissione i dubbiosi, Corradino Mineo ed altri, coloro “che remavano contro”(termine brutto e ambiguo perchè la “verità o la via maestra bisognava ancora trovarla; quindi contro cosa costoro remavano?) così da procedere speditamente, a passo di marcia, secondo la nuova “ideologia” renziana.
Intanto, rimossi gli ostacoli e per flutti non più perigliosi, si è proceduto cercando di tenere insieme appetiti e interessi più addomesticati. Sembrava giunta al suo traguardo la Commissione quando un altro grappolo di nembi si è abbattuto su di essa, più cupo e minaccioso: fra le pieghe della proposta in un comma, ben custodita, è rispuntata l’immunità per i senatori. La notizia è volata veloce dappertutto, è divampata la polemica, è esploso un fuoco di accuse incrociate, di smentite, di professioni di limpidezza, insomma è andato in scena(ed è tuttora in corso) un triste gioco delle parti;la Finocchiaro, presidente della Commissione, dice che il governo sapeva ed ha siglato due volte la proposta e si sente tradita, la Boschi,”par contre”, dice che il governo non sapeva, Calderoli, della Lega dice che l’immunità si può togliere ma in questo caso anche per i deputati, Forza Italia non protesta perchè quando si tratta di immunità o di impunità va a nozze con chiunque.

E’ una bagarre da avanspettacolo o una “piece” teatrale mal riuscita. Fra l’altro adesso per uscirne chi dovrebbero epurare, chi espellere dalla Commissione? E’ davvero un dilemma!
Così com’è questa riforma nasce zoppa, mal fatta, forse pone più problemi di quanti non volesse risolverne.Chi ci assicura, ad esempio, che proprio i consiglieri regionali ed i sindaci che comporranno il Senato non siano portatori di interessi troppo locali, legati ad interessi di piccole consorterie sul territorio? E’realistico dubitare e porsi la domanda, tanto più che la maggior parte di essi fa bella mostra di sè nella schiera degli inquisiti per corruzione, appropriazione di denaro pubblico ed altri reati simili.
E adesso, che fardello, non se ne può più col gioco del fare e disfare e degli emendamenti all’infinito.
Ma forse, pensano i cittadini, è questo ceto politico che va emendato e mondato, forse il registro è un altro.

Passo di danza: uno avanti, due indietro

“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che
mancassero le leggi, né che il sistema
politico non fosse basato su principi che tutti più
o meno dicevano di condividere. Ma questo
sistema, articolato su un gran numero di centri di
potere, aveva bisogno di mezzi finanziari
smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abi
tua a disporre di molti soldi non si è più
capaci di concepire la vita in altro modo) e questi
mezzi si potevano avere solo illecitamente
cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori
illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio
di favori in genere già aveva fatto questi soldi me
diante favori ottenuti in precedenza; per cui
ne risultava un sistema economico in qualche modo c
ircolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di po
tere non era sfiorato da alcun senso di colpa,
perché per la propria morale interna ciò che era fa
tto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi,
benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il p
roprio potere col bene comune; l’illegalità
formale quindi non escludeva una superiore legalità
sostanziale(…)”(I. Calvino, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, in Racconti e romanzi, Mondadori,1980).
Dopo le notizie degli ultimi giorni, dallo scandalo EXPO Di Milano, al MOSE di Venezia, passando per episodi minori, ma non irrilevanti, il disgusto e lo smarrimento hanno passato il limite: tutto così aggrovigliato e intrecciato, ma quasi perfetto nella sua interna “efficienza”, mi è apparso il sistema generalizzato dell’illecito che si allarga nel nostro paese toccando trasversalmente le diverse forze politiche. Soprattutto però mi ha colpito la durata, un’estensione nel tempo, una condizione di “perennizzazione” che sgomenta; sembra che il tempo non sia passato dal lontano inizio degli anni ’90, che il tempo sia uguale, piatto, fermato per sempre, come in un fotogramma bloccato che fissa implacabile un’immagine sgradevole e negativa. Il tempo invece è passato, i governi si sono succeduti, in un’altalena di vecchio e nuovo, pensando e promettendo di trovare la formula giusta; gli attori protagonisti sono cambiati, mantenendo però nelle seconde file, o nelle retrovie, un corteggio robusto di vecchi volti, stili e modi di concepire la politica, lasciando inquisiti e condannati d’un tempo in organismi importanti dove hanno iterato comportamenti illegali, in un legame che pare inestinguibile.

Mi sono perciò rivolta alla letteratura come a cercarvi rifugio(vecchio vizio!), occhi intatti e precisi, trasfigurazione della realtà in una così precisa “finzione” da renderla al contempo più chiara, intellegibile e più “leggera”, cioè più sopportabile per noi umani. E Calvino mi ha soccorso con il suo famoso “Apologo” da non dimenticare, come altre sue immaginifiche costruzioni; perchè ciò che lo fa grande nella invenzione letteraria è il suo rapporto stretto, vigile e critico con la realtà, la sua narrativa fantastica e l’impegno militante. Cose queste che servono oggi, moltissimo, come l’acqua in un sentiero torrido, o il vino caldo in una giornata di gelo, o la musica di Bach la sera quando ci sentiamo deprivati e svuotati.

Tornando alla cronaca e a ciò che da essa brutalmente emerge, alcune riflessioni mi premono:

un sistema politico che non trova antidoti alla corruzione diffusa, così a lungo, è minato al suo interno come un sistema biologico (il corpo umano)che non ha anticorpi contro virus perniciosi o letali; occorre quindi trovare le terapie e soprattutto capire le cause di tutto ciò;
è urgente ripristinare un’etica pubblica che segni i confini fra lecito e illecito, poichè il senso e il concetto di limite sembrano stravolti;
è dovere preciso di un governo utilizzare le leggi che esistono e crearne altre più drastiche e precise rispetto ad un fenomeno così diffuso di corruzioni e malversazioni compiute da uomini pubblici, con denaro pubblico ai danni del bene pubblico;
è auspicabile che la classe politica si attrezzi di alcuni requisiti essenziali, antichi quanto le prime società organizzate: competenza, alto senso civico, addestramento alle cariche politico-pubbliche, tendenza reale al rinnovamento dal basso, adeguatezza ai mutamenti sociali.
Senza di questo, se questo non avviene, siamo disarmati come individui e corriamo, come società, all’indietro verso un nuovo tribalismo.