L’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca ha avuto nel suo primo impatto dell’incredibile, qualcosa di non previsto, facendo subito lo sberleffo a sondaggisti, esperti e maghi delle fluttuazioni elettorali. In effetti però le ragioni di questa vittoria ribollivano sotto traccia (e neppure troppo in profondità) nella società americana da molto tempo, come avviene appunto per i terremoti o le eruzioni vulcaniche che si preparano sotto la crosta terrestre fino ad esplodere violentemente, all’improvviso! Anche il mare apparentemente calmo in superficie spesso nasconde nelle sue profondità sommovimenti e travagli che poi sfoceranno in tempesta; tanto che un uomo che di politica e di rapporto con le masse se ne intendeva, come Charles De Gaulle, riferendosi al popolo, di cui il leader deve interpretare gli umori ed i bisogni per fare grande un paese, lo paragonava al mare che deve essere conosciuto “dans ses profondeurs” andando sotto la superficie dell’acqua ed esplorandone i turbamenti. Così è stato dell’America in queste presidenziali.

La candidata democratica Hillary Clinton aveva in apparenza tutte le carte per vincere: provata esperienza, varie cariche di prestigio ricoperte, l’appoggio del suo partito e del presidente uscente, legami forti con gli ambienti che contano, non ultimo il fatto di essere la prima donna a tentare la scalata alla presidenza degli Stati Uniti. Ma il rovescio di tutto ciò era un forte legame con i potentati economico-finanziari ed una certa usura di immagine che la faceva percepire come il simbolo della politica tradizionale, vecchia nei modi e nelle pratiche. Inoltre la variabile di genere, chance importante, è stata quasi sottaciuta e messa in ombra, laddove poteva invece attirare cospicue fasce di elettrici/elettori.  E del resto la storia e l’immagine della Clinton si sono mostrate appiattite su un modello “maschile”, essendo il risultato di un cursus honorum in cui non emergevano un’identità fortemente al femminile  e una folata di rinnovamento. Per contro il candidato repubblicano, un magnate discusso, borioso e spettacolare, senza apprendistato politico, di modi spicci e un po’ rodomonteschi, che parla la lingua dell’anticultura, che sembrava dovesse arrancare, ha invece ben capito, rappresentato e catturato il disagio, la delusione  di una maggioranza dei cittadini americani, entrando in sintonia con essi e dando voce alle loro aspirazioni su almeno quattro punti: la stanchezza verso la politica di sempre e le sue consolidate pratiche di potere; la voglia comunque di sperimentare il nuovo, un altro modo di leggere e rappresentare la realtà della crisi; il rifiuto di una immigrazione verso la quale l’insofferenza sociale è montata nel tempo, pur in un paese multietnico; l’esigenza di una nuova “epopea americana” che la presidenza Obama aveva piegato su un registro non gradito all’America profonda, conservatrice, di razza bianca. E’ come se vi sia stato un effetto contraccolpo dopo Obama, come avviene per chi inesperto, spara per la prima volta e viene ricacciato all’indietro non reggendo all’urto del fucile.

C’erano quindi le condizioni, molte, nella società statunitense, perché si facesse strada un leader che spingeva la contestazione  un passo più in là, poco importava se sessista ed evasore fiscale, usando un repertorio già sperimentato in altri paesi con successo ed utilizzando strumenti e strategie che possono assimilarsi a quelle dei movimenti e partiti populisti variamente sviluppatisi in Europa negli ultimi decenni. Certo il populismo americano è altra cosa; nelle sue origini  a fine Ottocento, non aveva carattere autoritario, come ha di recente osservato Nadia Urbinati. Tuttavia credo si possano rintracciare molti elementi populisti nella campagna elettorale di Trump, nei riferimenti, nella visione delle cose che hanno costruito il suo universo simbolico e di proposte politiche concrete di politica interna ed estera. Ora aspettiamo che governi. Certo lui non metterà mano alla Costituzione, ma anche in Francia nessuna delle forze populiste si sogna di farlo perché è saldo lì il mito della République, cui anche Marine Le Pen, a differenza del padre, si richiama esaltandone la laicità in funzione anti islamica. Quello che emerge come dato incontrovertibile, e su cui è bene riflettere, è la inadeguatezza dei partiti tradizionali a raccogliere e selezionare le domande della società, della gente comune, per  trasmetterle al sistema e trasformarle in risposte politiche; ciò che è venuto meno nelle democrazie occidentali è la presenza e l’efficacia di strutture di intermediazione, dei corpi intermedi che prima provvedevano virtuosamente al raccordo fra società ed istituzioni. E’ un po’ come dire che in un’orchestra mancano le prime voci, violini e pianoforte sul cui corpo musicale si innestano ad incastro, per comporre l’armonia, gli altri strumenti. Il risultato delle presidenziali americane conferma la tendenza a quella che potremmo definire una droitisation del mondo nell’area vasta delle democrazie occidentali dove  i partiti democratici e socialisti non hanno saputo cogliere il disagio crescente delle classi medie, né le richieste delle classi popolari, lascando quindi vuoto uno spazio elettorale e politico  proprio nei milieu  di loro tradizionale e naturale appartenenza.  L’altra cosa che  queste presidenziali  hanno confermato è che iI modello bipolare  non regge più, è con ogni evidenza in crisi come dimostrano il caso francese, quello italiano, quello spagnolo per non citare che solo qualche esempio. In ciascuna di queste realtà  infatti, con differenze naturali ed inevitabili, i partiti tradizionali di destra e di sinistra hanno perso molta parte della loro capacità di rappresentanza e quindi della loro presa elettorale, a vantaggio di partiti e forze politiche che si presentano come “innovativi”, unici soggetti  capaci  di essere all’ascolto della società e di garantire un rapporto governanti-governati o con l’appello diretto al popolo o immaginando altre forme di intermediazione.

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