La Francia vive giorni difficili e caldi, nonostante il freddo e la pioggia delle scorse settimane, una primavera rovente e i mesi drammatici del dopo- attentati. I francesi sono pessimisti per natura, lo sa tutto il mondo, e una certa cultura del “déclinisme” si ripresenta ciclicamente, quasi un “mal de vivre” sociale, aprendo le porte spesso a” leader” e partiti di destra estrema e moderata che chiudono le porte al nuovo, chiudono gli occhi sui cambiamenti,   e sono capaci di chiamare a raccolta con la promessa di una  società ordinata, ripulita dagli immigrati, in marcia verso un futuro radioso, offrendo  ordine e sicurezza ai cittadini smarriti. Certo hanno di che lamentarsi e dolersi i cugini francesi, presi di mira più di altri dal terrorismo, in preda ad una crisi più acuta di quelle passate, con un governo e una presidenza socialisti che hanno subito imboccato la via di politiche neo-liberali in economia, come nell’ambito culturale e delle riforme sociali, spezzando le naturali speranze di un mutamento, con l’arrivo di Hollande presidente.

In effetti però (sembra quasi un paradosso) i francesi  come collettività sono anche per tradizione portati a reagire, ad agire per cambiare le cose, temprati da più di due secoli di fratture, rivolgimenti , rivoluzioni e restaurazioni che ne hanno determinato la storia. La Francia conserva infatti un istinto libertario, a volte anarchico, anche se mescolato ed alternato a propensioni per l’uomo forte, per converso; noi italiani abbiamo invece la seconda di queste caratteristiche, per storia e per cultura; la prima, quella che rende reattiva una società, ci manca, ci fa difetto e quindi procediamo, “comme les moutons”… Insomma la Francia è in piazza da due mesi contro la riforma della legge sul lavoro e noi  siamo stati e restiamo rintanati  nel nostro”particulare”! La società francese ha voluto ad un certo punto dire basta e soprattutto ha voluto segnare con matita robusta un punto preciso  nella complicata e deludente mappa della geopolitica nazionale, per spezzare il silenzio e l’inerzia. I sindacati, la CGT innanzitutto, hanno proclamato e portano avanti lo sciopero ad oltranza soprattutto nel settore dei trasporti. I  giovani, dal canto loro, hanno cominciato a pensare che occorreva discutere, confrontarsi, non tornare nel chiuso delle loro case, la sera: è nato così “Nuit debout”, movimento spontaneo che esprime il loro disagio, la voglia di stare insieme, di interrogarsi sui problemi del paese, sui loro problemi, di non farsi ingoiare dalla notte e rimanere invece all’erta, anche nel freddo delle sere parigine, nella simbolica Place de la République.E poi “debout “indica intensamente lo stare in piedi, la posizione eretta,  a testa alta,non piegata, propria di chi affronta e non subisce il corso degli eventi ed è antico il suo uso nel linguaggio politico ad indicare chi padroneggia le cose. Questi giovani e meno giovani del movimento vogliono dare suono ai propri pensieri, timori, incertezze e ne chiedono conto alla politica, ai governanti, ritenendo non più sopportabile che essa, la politica, abbia abdicato alla sua sovranità, alle sue funzioni, piegandosi alle leggi esclusive dell’economia e del grande potere finanziario, privandosi di un proprio progetto.

Adesso da Parigi il movimento si è allargato ad altre città e piazze francesi portando con sè l’operosità fervida di notti insonni e moltiplicando i luoghi ed i momenti di incontro, a testimonianza che maggio è un mese propizio…  Esso comincia a preoccupare quanti gradiscono che non si bussi troppo chiassosamente alle porte del potere; è poco ideologico, non legato a  schemi o leggi di appartenenza, non esibisce certezze se non quella di spezzare il cerchio della separatezza e solità individuali che non hanno voce. E’ invece molto desideroso  di ritrovarsi,  di capire, di esercitare o forse creare insieme una nuova forma per partecipare, ascoltare e trovare risposte, cioè una veste nuova e non logora alla democrazia. Dunque la notte in piedi, senza stanchezza, per preparare il giorno che viene.

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