Ho lasciato Parigi due settimane dopo gli attentati come si lascia una persona inferma e in pericolo, con l’animo dolente e la mente affollata da pensieri e immagini diversi: una città ferita, attonita, colpita dai terroristi nel suo corpo, nella sua anima, nella sua essenza vitale, una città che ha ripreso con fatica il ritmo quotidiano, ma appare mutilata, privata di quell’atmosfera inimitabile che da sempre le appartiene, quel misto di  solennità, leggiadria, eleganza, vivacità che l’attraversa in ogni suo angolo, dal gotico maestoso, alle piazze sconfinate, al brillio della Senna sotto le luci della sera,  all’intrigo seducente delle strade e stradine del Quartiere latino dove abito nei miei abituali soggiorni di ricerca.

Sono arrivata a metà ottobre ed il primo mese è trascorso come sempre, con  l’entusiasmo di sempre; subito un seminario importante al’Università, poi le provviste di cibo, le cose pratiche dell’inizio, le valigie disfatte ed il mio tavolo da lavoro organizzato. Ritrovavo la città di sempre, il suo grigio perlato, i comignoli che toccano il cielo, i suoi mille odori, le mostre, la musica, le tante curiosità che  la città appaga e suscita anche in chi  come me  vi trascorre lunghi periodi  ogni anno. La mattina il percorso fino a SciensesPo a piedi o in bus, attraverso i viali abbelliti dal  rossiccio autunnale, con  quei  fitti  tappeti di foglie che sembrano uscite dalla mano capricciosa di un artista; lunghe ore in Istituto a consultare libri, i colloqui con colleghi, i rendez-vous  con studiosi o personaggi utilissimi per  la ricerca; il pomeriggio a casa, sommersa da libri, articoli, documenti da leggere, chiosare, confrontare, con un lavoro paziente ma trascinante tutte le volte che un’idea, un’intuizione, un’ipotesi, prima imprecisate, all’improvviso diventano chiare, logicamente sostenibili ed in accordo con la realtà, con i  fenomeni, con i fatti che si stanno indagando.

Così è trascorso il primo mese, un tempo denso e produttivo per me, ma con una sensazione in sottofondo di un clima pesante, diverso, in un’atmosfera appannata, in una città provata da un crisi che non risparmia neppure economie e società più solide di quella italiana. Per strada la gente mi appariva a testa bassa, come assorta in pensieri e problemi incombenti, rassegnata e incupita. La politica della Francia e la sua “grandeur”logorate ogni giorno di più e la vita politica segnata da contraddizioni e conflitti aspri e logoranti: l’estrema destra di Marine Le Pen in ascesa, la destra di Sarkozy radicalizzata, il presidente socialista Hollande al suo minimo di gradimento ed i socialisti in caduta, presi in trappola,  divisi fra l’obbligo del sostegno alle politiche neoliberali del governo e la volontà di mantenere i legami con la propria storia ed identità. La sede del PS, a Rue Solferino, ha esibito a lungo sulla sua facciata un pannello con le parole e gli slogans di una volta, la politica solidale con le classi popolari, i problemi del lavoro e quant’altro come prioritari ; il governo socialista a Matignon invece mette in cantiere e perfeziona politiche economiche e culturali di chiaro stampo neoliberale! Una vera scissione dell’anima del partito, un caso di patologia schizoide in politica, o un modo di cercare di far coesistere cose diverse per non continuare a perdere consensi.

Venerdì 13 novembre era una serata mite, una di quelle che invitano a stare fuori, a sostare nei caffè,a curiosare nelle bancarelle dei “buquinistes” sui lungo-Senna. Sono stata a cinema con Laura, una storica sarda mia amica,  a vedere un film sulla storia del Louvre sotto l’occupazione nazista, un racconto intenso e appassionante di come si siano salvate tante opere d’arte, di come si possa e debba preservare la civiltà e la sua storia, un racconto istruttivo e ricco di poesia. Abbiamo sorseggiato un martini in un caffè all’aperto, sotto casa, con la luna che danzava fra grappoli di nuvole ma riappariva sempre quasi per scommessa. Siamo tornate acasa, lei è venuta con me  e abbiamo acceso la tv : c’erano stati degli spari davanti allo Stadio di Francia e poi altri in altri luoghi, a République, a Saint Denis ed in altri posti ancora.. Le notizie prima incerte, divenivano via via più precise. Al Bataclan, grande teatro per concerti, c’erano tante, tantissime vittime: una strage,un massacro, i terroristi dell’ISIS, di Daech (come vengono chiamati in Francia) avevano colpito di nuovo alla cieca e stavolta con attacchi simultanei e dstruttivi, in varie zone della città! Le immagini, scorrevano vorticosamente, drammatiche, terribili: polizia, soccorsi, gente in fuga, occhi smarriti, facce sconvolte, centinaia di morti e di feriti, una paura muta in quel marasma dove si distinguevano solo le sirene urlanti e le voci dei telecronisti. Eravamo sconvolte, mi sembrava un incubo, ma era così, era vero. Una città simbolo colpita e tante altre città nel mirino del terrore; l’immagine della realtà era come rattrappita e dilatata appariva quella stravolta e piegata dagli attentati! Difficile tenere saldi i nervi e lucida la mente.

Il tempo sembrava si fosse arrestato lì  in quel presente tragico, insanguinato, senza un senso possibile e non c’erano nè un prima nè un dopo; il tempo non contava più per centinaia di persone.  A notte fonda la luna era sparita nel cielo greve e, nel buio, bisognava aspettare l’alba e cominciare a capire.

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