La riforma della scuola è passata al Senato con la procedura ormai consueta del voto di fiducia posta dal governo, quasi che il Parlamento per funzionare debba essere legato, vincolato e soprattutto privato di una delle sue funzioni vitali: quella di fare le leggi e di approvarle,  o meno, secondo le dinamiche proprie del sistema democratico. In Italia, e non solo, in questo momento non funziona così. Abbiamo un governo del Pd seppure con alleanze e sostegni stridenti, un partito di sinistra alleato con un partito di destra e ciascuno dei due “leader” ripete ogni giorno che il proprio programma viene realizzato,si mostra soddisfatto e racconta al grande pubblico degli elettori, alla gente, la propria realtà proponendo una personificazione dell’ossimoro (di grande smalto come figura retorica!) che neppure il teatro di Beckett ha forse mai messo in scena.

Sta di fatto che le riforme urgenti, vitali, costituzionali e non, materia delicata per la quale la condivisione, il confronto e il libero dibattito sono come l’acqua nelle giornate di torrida calura, vengono fatte a colpi di voto di fiducia ed il parlamento approva. E’ spirito di amor patrio (tanto di moda in questi ultimi anni!), è senso dello Stato, è spirito di servizio, o non piuttosto lo strumento con cui una classe politica si autotutela, si mette al riparo da possibili scivoloni, mette in atto comportamenti di autoconservazione, secondo una regola classica del potere che tende comunque, e spesso  con vista corta, a perennizzarsi? E’ lecito e doveroso porsi questo interrogativo, come molti altri che riguardano le scelte fatte da questo governo nel confezionare il suo “miracoloso” pacchetto di riforme, numerosi “dossier” aperti, messi bene in mostra sul tavolo delle mercanzie da proporre nel mercato della politica con l’idea martellante di cambiare l’Italia. Certo l’Italia va cambiata, aiutata a diventare più competitiva, ha in effetti bisogno di molte cose a cominciare dal LAVORO, da una seria politica PER LUNIVERSITà E LA RICERCA, DALLA SCUOLA appunto. Ma con quale progetto, da quale punto di vista, con quale visione della società e dei suoi bisogni prioritari ed in riferimento a quali interessi e domande che da essa provengono?

La riforma della scuola per una “buona scuola”è un pasticcio; dietro il linguaggio altisonante di alcuni suoi articoli cela la pochezza del progetto o la sua assenza riproponendo vecchie cose, una specie di “marché des dupes”: organismi collegiali, autonomia (concetto usato tanto più quanto più è svuotato), rinnovamento e compagnia retoricando. Su tutto poi campeggia il super dirigente, il preside arbitro delle assunzioni, una sorta di moderno Minosse che decide sorti e sentenze”secondo ch’avvinghia”( la sua coda), acquattato davanti alla porta  che conduce ai disperati, ai precari, ad una popolosa categoria, quella degli insegnanti, che non ha mai trovato l’autore giusto, dimenandosi fra ansia legittima di prestigio e rinnovamento e tentazioni da piccola corporazione.

La riforma della “buona scuola” mortifica la scuola pubblica e rinsalda lo status di quella privata (per i rampolli lustri di borghesia di toga e d’accatto),  chiude gli occhi sulle strutture che mancano, che cadono giù a pezzi, forse immaginando una novella scuola peripatetica, all’aperto, sotto il cielo sempiazzurro che Dio ci ha dato, con al posto dei gessetti, i virgulti raccolti nella campagna, al posto di tutti i supporti didattici adeguati, il fai-da- te quotidiano di molti insegnanti che si arrabbattano.

A quale Italia servono questa scuola, la legge sul lavoro (Jobs Act è più elegante, anche più criptico, come il latino di Don Abbondio per il povero RenzoTramaglino), la riforma elettorale, quella del Senato nelle quali si è impigliata come su rovi pungenti e dannosi la libera competizione elettorale per la libera scelta dei cittadini? Non certo all’Italia del cambiamento reale, della speranza autentica, quella operosa e dignitosa,quella che ogni giorno inventa la propria vita sul filo della necessità o dell’incertezza, quella dei giovani istruiti, laureati e spaesati, quella che chiede meno diseguaglianze, meno sprechi, più diritti ed una piena cittadinanza declinata al plurale: per le donne, le diverse etnie,  culture, religioni, nel rispetto dell’alterità.

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