La tragedia di pochi giorni fa nellle acque del Canale di Sicilia, ripropone,  dopo  pochi mesi dalle precedenti, il problema cruciale, anzi, la realtà drammatica degli sbarchi sulle coste italiane di migliaia di immigrati. Quella dell’immigrazione è dunque una realtà cui dare risposte, non tanto un tema caldo o appassionante per dibattiti, scontri, confronti ed altre amenità televisive di propaganda o campagna elettorale. Sono del resto vent’anni, almeno, che barconi stracarichi e malmessi viaggiano dalle coste africane verso la ricca e sognata Europa, pieni di uomini e donne che fuggono dalla miseria, dalle guerre, dalla dittatura, da una realtà insostenibile e disumana che li induce a fuggire, a cercare un “altrove”, a tentare di dare una svolta ad una vita non più sopportabile. E sono quindi disposti a tutto.  Il loro bisogno ed il loro sogno si infrangono però contro due ostacoli insormontabili, pare, come le onde e i gorghi spaventosi che spesso li inghiottono: i mercanti di uomini, scafisti voraci e  ben organizzati e il problema dell’accoglienza, le “ragioni di stato” dei paesi europei coinvolti da questo esodo.

Le immagini di questa umanità dolente, vessata, impotente, armata solo dell’anelito a vivere, sono disumane, indicibili; esse  bussano forte alle porte delle nostre coscienze di occidentali “progrediti” e progressisti, nutriti da qualche secolo di democrazia, ben lavati, acconciati e levigati nel corpo, affinati nella mente, nella retorica, nell’arte del dissimulare come in quella del proclamare, rimanendo sempre distanti dall’essenza dei probemi, del problema. La società europea, i cittadini europei nella loro maggioranza, hanno sicuramente forte spirito democratico, coltivano la solidarietà e sono propensi all’apertura; una parte di essi però, non piccola, è rinserrata nella difesa del “sè”, delle certezze, dei privilegi, piccoli o grandi che siano, non ama il diverso ed il confronto con esso, diffida dello straniero, o peggio è xenofoba,  è ferocemente attaccata  alle propri cose e non vule intrusi nella propria banale rassicurante quotidianità. La versione più colta di ciò poggia sull’affermazione dell’identità di un paese, di una nazione da difendere, dimenticando due cose: 1) che l’identità non è definita una volta per sempre, ma si costruisce e dunque muta ( chi la difende così non la possiede o teme per un’identità fragile), come dimostra la storia delle società, degli Stati e degli individui; 2) che l’idea di nazione e la forte identità di esse sono state delle “finzioni creatrici” necessarie al  nascere delle nazioni, due secoli fa, utili per il loro sviluppo ma non più riproponibili in una realtà storica e politica così diversa come quella attuale del “mondo globale”.

E l’Europa, l’Unione Europea cosa fanno, cosa propongono, quali oneri si assumono di fronte ad un probema di questa proporzioni? La riunione dei capi di Stato  di ieri a Bruxelles, convocata d’urgenza, non ha segnato una svolta nella politica europea ma ha riproposto lo stile delle grandi burocrazie  politiche: presa d’atto della tragedia, un minuto di silenzio per le centinaia vittime, belle parole spese  senza risparmio, stanziamento di maggiori fondi per la missione Triton, ma niente, proprio niente sull’accoglienza: i leader europei sono stati concordi nell’escludere un impegno per l’accoglienza, nei rispettivi paesi, di una parte degli immgrati, di questi uomini e donne che a migliaia chiedono asilo. L’Italia che è porta del Mediterraneo li accoglie, li prende sulle coste appena sbarcano, ma non può da sola risolvere il problema. L’Italia è parte di un sistema che deve dare risposte, ma non sappiamo quali. Siamo impigliati in una rete  di interessi radicati, di veti, di “diktat” indiscussi, di principi assodati, di scelte politiche accettate e mai poste in discussione; siamo immobili ed indifferenti ed ognuno ripete la propria giaculatoria. Ma anche le regole e le leggi cambiano e possono cambiare col mutare della realtà.

E se ci ponessimo il problema di aprire le frontiere?  Non è una proposta provocatoria, ma un modo di ribaltare la questione e partire da basi diverse. Infatti è singolare che in una realtà globalizzata in cui circolano liberamente le merci e i capitali, nella società degli scambi internazionali ed intercontinentali, non possano circolare liberamente gli uomini, gli abitanti eletti del pianeta. Considerare tale ipotesi non è bizzarro o semplicistico; é colpevole invece scartarla o tacerla. Infatti un gruppo di studiosi, e ricercatori di prestigio della Maison des Siences de l’Homme (MSH)  di Parigi lavora da tempo a questa ipotesi e al fatto che l’apertura delle frontiere non è solo l’affermazione astratta di un principio, ma potrebbe rappresentare uno strumento adeguato di accoglienza e regolamentazione dell’immigrazione, a costi minori e sostenibili ed evitando questa nuova tratta degli uomini  che ormai da anni si è avviata. Liberalizzare e regolamentare adeguatamente, quindi. Ma nessuno ne parla quì in Italia e forse altrove; si parla d’altro; i politici  scrivono il libro delle belle intenzioni, o cercano soluzioni  improponibili, i media ci raccontano di questo immenso dolore, di queta umanità  sofferente e ci rappresentano anche con impegno e passione, a volte, la “banalità del male”. E poi le luci si spengono e giungono l’oblio e il silenzio.

Il nostro capo del governo, Renzi, ha dicharato oggi che la riunione dei “leader” europei di ieri ha fatto “un gigantesco passo avanti” e si dichiara fiducioso e soddisfatto. Forse non lo sa, ma si vede che è un parmenideo!

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