Sanremo torna a celebrare i suoi fasti con una cadenza quasi da rituale che ogni anno scandisce il trascorrere del tempo e degli eventi che lo attraversano. Il festival si è aperto ieri sera, già ossessivamente annunciato, per far salire l’attesa e le aspettative del grande pubblico, in un tripudio di luci, colori e sfavillanti banalità ,un evento nazionalpopolare nel quale  racchiudere il distillato dell’italianità: musica, canzoni, volti della bella Italia melodica e strappalacrime, come nell’iconografia più frusta e tradizionale.

Quest’anno però la favola si è perfezionata; a spazzare via i rombi di guerra, la crisi, il lavoro che manca e le difficoltà di un paese che annaspa, sono arrivati  Romina e Albano, mitica coppia canora e nella vita degli anni ’80, ora non più uniti nella realtà, ma pronti a resuscitare sul palco il racconto suadente di un mondo che fu, speranza, inno all’amore, lode alla famiglia, gaiezza negli occhi e nelle strofe cantate e tutto ciò che serve a riproporre una saga, un modo di vedere le cose, il sogno italiano, di tanti italiani in cerca di destino. Certo i due cantanti sono apparsi diversi, appesantiti, non più esili figure eleganti in cerca di successo, con voce limpida e stentorea come trent’anni fa, ma appunto per questo, in questa celebrazione nazionalpopolare, più convincenti, come a dire: noi siamo quì, come allora e le vicende, il tempo, le asprezze, le calamità, non ci hanno scalfito; siamo sempre pronti a cantare la vita, a chiudere il cerchio inm positivo perchè basta dire”felicità” o “terra mia” e il miracolo si compie! E il tempo è immobile…

Così esistono due realtà: quella di tutti i giorni col grigio brumoso della necessità e quella dorata, speranzosa, messa in scena da sempre per i governati, il grande pubblico dei cittadini, quando fiducia, appartenenza e condivisione vacillano e ad esse subentrano  protesta, disillusione, disagio sociale.

Non abbiamo nulla contro la cultura popolare, i suoi aspetti e le sue declinazioni; anzi, ci sarebbe bisogno di un’autentica cultura popolare che rispecchiasse la ricchezza della società; del resto in passato l’integrazione di grandi masse per la formazione delle nazioni, è avvenuta anche grazie all formazione di una cultura popolare, altra e diversa dalla cultura alta, quella delle “élite” borghesi, nella quale gli individui si riconoscessero. L”800 è stato il secolo dello sviluppo della cultura popolare nei vari paesi europei che stavano edificando quelle “finzioni creatrici” che sono state le nazioni; ma lì la posta era alta e ad essa concorsero, nelle diverse realtà, Manzoni, Victor Hugo, Gogol, Verdi, Carducci ed altri grandi facitori di miti fondativi. Ora noi dobbiamo ancora costruire, non le nazioni, ma forme nuove di democrazia e lo slancio di una cultura popolare sarebbe indispensabile.

Ma oggi, in una realtà di populismi crescenti, di società smarrite  e in sofferenza, di democrazia logorata, di politica subalterna e con corto respiro, la cultura popolare si declina, ahimè, così e la televisione, insuperata maestra di cerimonie, mobilita famiglie,”single”in cerca di conforto, gente oppressa dalle bollette da pagare, gente in cerca, ogni giorno,di una musica diversa e tutti tiene appesi per qualche sera all’àncora della spensieratezza e dell’ineffabile banalità. Dove non sono riusciti i politici di varia natura e postura, gli arruffapopolo, i salvatori, i “leader” improvvisati e fulmineamente arrivati,  i Berlusconi, i Grillo, o altri, è riuscita la RAI, confezionando per un’Italia delusa e impoverita una avvincente saga nazionalpopolare. Che fiuto politico caspita!

Ma di altro abbiamo bisogno, ne siamo certi.

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