La pioggia della notte, sottile e insistente, si è dileguata e il cielo pian piano si è aperto in un tono d’azzurro incerto.
Giornata di sole stamattina a Parigi, un sole non smagliante ma promettente che rischiara i palazzi grigio argento, la Senna increspata, le foglie copiose giallo oro e più scure e i pensieri, quelli che dal mattino si affollano nella mente e spingono e premono perchè qualcuno li metta in ordine, come oggetti sparsi in cerca di armonia. Ho studiato un po’, sono uscita tardi, giusto due passi per rilassarmi, mi son detta; mi sono diretta verso Notre-Dame: appuntamento non fissato ma riuscito. La piazza e la cattedrale erano immerse nel sole e l’albero natalizio, lì davanti, rifulgeva di grazia naturale. Molti turisti, molta gente, gente qualunque, da tutto il mondo, molti francesi, i devoti della domenica.
Sono entrata in chiesa e c’era la messa di “midi”: la navata centrale strapiena, il suono dell’organo che si spandeva in tanto silenzio e un aspro odore di incenso che mi assaliva le narici. Mi sono ricordata di quand’ero bambina e, se pur non di frequente, andavo in chiesa con mia madre per le feste comandate o per qualche cerimonia importante. Allora, appena varcata la soglia della chiesa, mi prendeva quasi una sorta di stordimento nel quale tutto si confondeva, le luci, l’organo, la voce del prete parlata o cantata, i paramenti, le candele e alle pareti i dipinti spesso foschi e minacciosi ai miei occhi di bimba; ma sopra ogni cosa era l’incenso che mi attirava e respingeva col suo doppio carico di odore e fumosità che sembrava preparare una magia.

Oggi lo stordimento è stato diverso, se pure sull’eco della mia condizione infantile. Respiravo a piene narici, mi sono fatta largo per vedere l’altare e sono rimasta ad ascoltare con lo sguardo che vagava dalle volte del soffitto alle meravigliose vetrate delle navate laterali con i loro ricami di colori e di simboli. Mi sembrava che tutta la bellezza si fosse lì concentrata; sono rimasta assorta e per qualche istante rilassata con i pensieri leggeri e come trascolorati in mezzo a tanta pienezza. Poco dopo però sono arrivate le legioni degli “zombie”, i compulsivi dello scatto fotografico, quelli senza fantasia, né parola, né pennello, che devono ad ogni costo fissare velocemente con gli aggeggi elettronici ciò che vedono, quelli senza memoria e proprio per questo zelanti devoti della macchina, del computer, del tablet sempre e dovunque e di tutto ciò che si sostituisce ai sensi, al cervello, alla capacità di dire, ricordare, rappresentare, tutte facoltà primariamente umane oggi un po’ in disuso. Non riuscivo a trovare un angolo tranquillo, mi spostavo e un altro braccio teso, due, tre, mi si paravano davanti, in questa ossessione dell’immortalare, con mano ed occhio maldestri e banali, ciò che solo la nostra percezione riesce fedelmente a trattenete e a conservare.

Non ho niente contro la fotografia, tutt’altro; è un’arte fra le altre, al pari di altre e come tale va praticata. La realtà può essere sublimemente raccontata dall’occhio che la guarda, che la penetra e ne immagina la storia, le pieghe nascoste e anche ne prefigura il possibile destino, fissando tutto ciò in un momento preciso e irripetibile che è reso possibile dalla fotografia( come Barthes ci ha insegnato). Ma questa smania collettiva che adesso dilaga è altra cosa, è un gioco demenziale, ci rende più poveri ,marionette e automi, incapaci di pensare, di godere della bellezza come di soffrire di fronte alla desolazione, ci rende più soli sotto l’apparenza di grandi e affollate condivisioni, nella convinzione illusoria che possiamo essere tutto: artisti, fotografi, cantanti, musicisti, scrittori, imprenditori giornalisti. Invece restiamo dei mediocri illusionisti! E soli.
Sono uscita dalla cattedrale; ho rifatto lentamente un pezzo del lungo Senna girandomi ogni tanto a riguardare Notre Dame, purissima e splendente nel sole, velata dal riverbero giallo verdognolo degli alberi, una Signora sontuosa accovacciata sul fiume,un simbolo maestoso di tanta storia. La piazza Saint Michel era anch’essa un brulicare di persone e l’Angelo della fontana brandiva la sua spada come promettendo riparo e difesa.. Ho ripreso le vie strette del Quartier Latin e sono tornata a casa.

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