La riforma del lavoro è il tema dominante in questi giorni e tiene le prime pagine dei giornali e i primi titoli dei tg e i primi posti su twitter perchè ciascuno dei protagonisti, politici e non, lancia il suo ordine, anatema, grido di guerra, o invettiva, saggio consiglio, proclama, larvata minaccia, o semplicemente riflessione. Lo spettacolo è iniziato da un pezzo, gli attori vestono maschere diverse, sembra che a volte le scambino per spiazzare la gente; il pubblico, per una parte, si è scaldato, come negli stadi, nelle arene e in tutti i luoghi dove il confronto è aspro e forte, scomposto, senza regole certe, a braccia alzate, minacciose e gola spiegata come l’ondeggiare della folla comanda. Il frastuono produce vuoto.
La regia è pessima, la regia ha sbagliato, bisogna ricominciare e riassegnare nel modo giusto le parti sbagliate e riscrivere molta parte della sceneggiatura: ruoli, dialoghi, battute (quelle poi, se cascano male,rovinano tutto!). Il tema del lavoro e della sua riforma è troppo importante, è la spina dorsale della società che, a partire da questo, può costruire il resto, la cultura, le cose ludiche, l’arte, la scuola, la ricerca e tutto ciò che crea il senso collettivo dello stare insieme.

Il governo Renzi ha messo mano, fra l’altro, a questa impresa, in un cantiere con tanti “dossier” e questo è positivo ma non basta, anzi direi che non basta affatto e guasta perchè una riforma (e di questo tenore) bisogna immaginarla e costruirla con l’apporto di altri, di molti, soprattutto degli attori sociali e istituzionali, come è buona regola delle democrazie.
Non si può quindi liquidare la minoranza, la sinistra del PD, dicendo,come fa il capo del governo, che essa vuole tornare con vecchie formule e indebolire il partito trionfante del 40,8%; non si può accusare il sindacato CGIL, o i sindacati in genere, di ideologismo perchè quest’ultimo è proprio l’argomento frusto e vuoto, storicamente usato da chi ha il potere contro gli avversari politici, salvo poi ad utilizzare egli stesso l'”ideologia” a supporto delle proprie decisioni e scelte politiche; non si può infine inviare una lettera vaga e tautologica agli iscritti del PD col tono e il linguaggio delle partite all’oratorio, come a dire”tifate per noi che siamo più bravi, possiamo mandare più palle in porta, aiutateci e lasciamo in panchina questi guastatori”!

Come qualcuno diceva, la semplicità, ossia la chiarezza nel cogliere le cose e l’occhio volto all’essenziale sono propri dell’intelligenza, la complicazione, invece, voluta o casuale, è propria della stupidità. Siamo dunque al punto, al nostro punto: i diritti e la dignità del lavoratore vanno preservati, mantenuti e riaffermati, il licenziamento arbitrario e immotivato
va evitato, il mercato del lavoro e le sue dinamiche devono rispondere a logiche precise, condivise e non da protocapitalismo, ammantato di ultramodernità, come alcune nostalgie neoliberali vogliono far credere.
I valori ed i principi che sono nell’articolo 18 vanno pertanto sottoscritti e ribaditi con forza, sono l’approdo di un pezzo della nostra storia nazionale ; non sarà smantellandoli che diventeremo più competitivi. E poi, come per gli edifici, se rendiamo deboli alcuni pilastri, ci ritroveremo in una abitazione traballante e null’altro potremo costruire.
Le riforme, sì, ma per andare avanti!

Annunci