“C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che
mancassero le leggi, né che il sistema
politico non fosse basato su principi che tutti più
o meno dicevano di condividere. Ma questo
sistema, articolato su un gran numero di centri di
potere, aveva bisogno di mezzi finanziari
smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abi
tua a disporre di molti soldi non si è più
capaci di concepire la vita in altro modo) e questi
mezzi si potevano avere solo illecitamente
cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori
illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio
di favori in genere già aveva fatto questi soldi me
diante favori ottenuti in precedenza; per cui
ne risultava un sistema economico in qualche modo c
ircolare e non privo d’una sua armonia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di po
tere non era sfiorato da alcun senso di colpa,
perché per la propria morale interna ciò che era fa
tto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi,
benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il p
roprio potere col bene comune; l’illegalità
formale quindi non escludeva una superiore legalità
sostanziale(…)”(I. Calvino, Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, in Racconti e romanzi, Mondadori,1980).
Dopo le notizie degli ultimi giorni, dallo scandalo EXPO Di Milano, al MOSE di Venezia, passando per episodi minori, ma non irrilevanti, il disgusto e lo smarrimento hanno passato il limite: tutto così aggrovigliato e intrecciato, ma quasi perfetto nella sua interna “efficienza”, mi è apparso il sistema generalizzato dell’illecito che si allarga nel nostro paese toccando trasversalmente le diverse forze politiche. Soprattutto però mi ha colpito la durata, un’estensione nel tempo, una condizione di “perennizzazione” che sgomenta; sembra che il tempo non sia passato dal lontano inizio degli anni ’90, che il tempo sia uguale, piatto, fermato per sempre, come in un fotogramma bloccato che fissa implacabile un’immagine sgradevole e negativa. Il tempo invece è passato, i governi si sono succeduti, in un’altalena di vecchio e nuovo, pensando e promettendo di trovare la formula giusta; gli attori protagonisti sono cambiati, mantenendo però nelle seconde file, o nelle retrovie, un corteggio robusto di vecchi volti, stili e modi di concepire la politica, lasciando inquisiti e condannati d’un tempo in organismi importanti dove hanno iterato comportamenti illegali, in un legame che pare inestinguibile.

Mi sono perciò rivolta alla letteratura come a cercarvi rifugio(vecchio vizio!), occhi intatti e precisi, trasfigurazione della realtà in una così precisa “finzione” da renderla al contempo più chiara, intellegibile e più “leggera”, cioè più sopportabile per noi umani. E Calvino mi ha soccorso con il suo famoso “Apologo” da non dimenticare, come altre sue immaginifiche costruzioni; perchè ciò che lo fa grande nella invenzione letteraria è il suo rapporto stretto, vigile e critico con la realtà, la sua narrativa fantastica e l’impegno militante. Cose queste che servono oggi, moltissimo, come l’acqua in un sentiero torrido, o il vino caldo in una giornata di gelo, o la musica di Bach la sera quando ci sentiamo deprivati e svuotati.

Tornando alla cronaca e a ciò che da essa brutalmente emerge, alcune riflessioni mi premono:

un sistema politico che non trova antidoti alla corruzione diffusa, così a lungo, è minato al suo interno come un sistema biologico (il corpo umano)che non ha anticorpi contro virus perniciosi o letali; occorre quindi trovare le terapie e soprattutto capire le cause di tutto ciò;
è urgente ripristinare un’etica pubblica che segni i confini fra lecito e illecito, poichè il senso e il concetto di limite sembrano stravolti;
è dovere preciso di un governo utilizzare le leggi che esistono e crearne altre più drastiche e precise rispetto ad un fenomeno così diffuso di corruzioni e malversazioni compiute da uomini pubblici, con denaro pubblico ai danni del bene pubblico;
è auspicabile che la classe politica si attrezzi di alcuni requisiti essenziali, antichi quanto le prime società organizzate: competenza, alto senso civico, addestramento alle cariche politico-pubbliche, tendenza reale al rinnovamento dal basso, adeguatezza ai mutamenti sociali.
Senza di questo, se questo non avviene, siamo disarmati come individui e corriamo, come società, all’indietro verso un nuovo tribalismo.

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