La scena politica italiana sembra in questi giorni scomposta, stretta in una morsa in cui la violenza sociale ( gli episodi di Roma poco fuori dallo Stadio Olimpico) fa il paio con una classe politica confusa e poco adeguata, che annaspa ribadendo ovvietà, che rifà l’elenco dei buoni propositi in una girandola di attivismo esibito o mostra il cipiglio e la muscolatura da ring, o, infine, il dito medio, sintetizzando così, nella pedestrità più volgare, le caratteristiche di una degradazione progressiva che tocca la società tutta. Viene da chiedersi stupiti, o indignati, cosa sia successo nel suolo italico di ricche e vetuste tradizioni, per arrivare a tutto ciò. La cultura e i luoghi del sapere, quelli istituzionali, non sono da meno: L’Università vivacchia impigliata in un groviglio di complicata burocrazia, senza risorse finanziarie adeguate, avendo perso l’identità, la vocazione alla ricerca e l’universalità che le sarebbe propria (Universitas studiorum appunto) e faticando a fare ciò per cui è nata: produrre e trasmettere il sapere, più l'”epistéme che la “tecne” ed in ogni caso il sapere astratto e quello applicato sinergicamente combinati.

Alla Bocconi di Milano sale in cattedra Flavio Briatore con quel suo aspetto da grottesco imprenditore appagato e furbo, quella maschera da conquistatore di terz’ordine, quell’eloquio da bettoliere arricchito, per spiegare ad un’affollatissima platea di studenti come si fa il denaro con le mance servendo in locali adeguati, simili ai suoi. Sembra proprio una galleria delle mostruosità:
il “buon” Fassino, politico PD di lungo corso e sindaco di Torino, smette l’abito etereo e francescano e risponde con un gestaccio osceno alla gente che lo contesta (cosa ormai di moda presso molti politici in preda all’afasia) quasi a riscattare in un moto di rabbia la sua evanescenza e fragilità d’immagine con un atto che mima la virilità; non si scusa, una volta inchiodato da un video, e rivendica il diritto ad una reazione umana e dunque istintiva. Forse dimentica, il bravo Fassino, come N.Elias ha spiegato in una sua bellissima opera (La società delle buone maniere), che l’umanità non è affatto puro istinto e che anzi il processo di civilizzazione che ha toccato gli individui, come le società, nel corso dei secoli, è consistito nel reprimere l’istintualità tramutandola in regole e codici precisi, nel superamento della belluinità per cui, ad esempio, si è passati dall’uso delle mani per portare il cibo alla bocca, a quello delle posate e così via civilizzandosi! Da un processo lungo e complesso che ha così toccato i vari aspetti della società, si è poi arrivati alla costituzione degli Stati, o meglio dell’idea di Stato, nella fase ormai consolidata della civilizzazione;
Grillo continua ad urlare a squarciagola, catturando un disagio sociale ormai inasprito e rabbioso e dunque con vocazione iconoclasta; Salvini continua, nel puro spirito leghista, a maledire gli immigrati, che quelli è meglio rimandarli indietro e se muoiono in mare tanto peggio per loro che hanno osato la traversata! Inoltre impreca contro tutti coloro che pensano a politiche adeguate per una società aperta e vuole uscire dall’euro e dall’Europa per celebrare ancor più la “purezza” della Padania come in una piccola gabbia dorata per padani doc.

Gli immigrati ormai sono un’ossessione, un asse attorno a cui si avvitano le più svariate acrobazie dei politici di varia matrice. Agli inizi del novecento e ancora per molto tempo dopo, noi italiani eravamo migranti verso altre terre; prima la mitica America, poi la Germania, il Belgio, l’Australia e via dicendo. Eravamo anche noi stipati in barconi improbabili o in navi malmesse, nel mare di notte, sognando la ricchezza e il luccichio della mitica America, aspettando un’alba diversa fra paura e speranza. Alcuni arrivarono, lottarono, si piegarono, fecero fortuna; altri, attirati da un cinico traghettatore, beffati, privati del poco denaro che avevano per il salvifico viaggio, si ritrovarono, come nel dolente, attualissimo racconto di Sciascia( “Il lungo viaggio” nella raccolta “Il mare colore del vino”, 1973), dopo 11 notti di faticosa navigazione, in un posto sconosciuto che pensavano essere l’America e invece era Santa Croce Camerina, ancora e sempre la loro povera, desolata Sicilia! Nel pirandelliano racconto di Sciascia vi è più di uno spunto che rimanda al nostro presente, all’urgenza dei problemi presenti e su di esso non sarebbe male meditare in tempi di poca cultura, pensiero debole ed inerzia della politica.

Siamo forse prigionieri, pensavo ieri sera, e, come nel mito platonico della caverna, vediamo ombre labili proiettate sui muri di essa ma non riusciamo a vedere e a conoscere la realtà di fuori.

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