Livido è stato il cielo in questi giorni e la pioggia sottile, battente, lacerata dal vento mi ha bagnato le mani e gelato i pensieri senza tregua. Ho cercato barlumi di luce e adesso c’è un sole fragile, sbucato improvviso da un fascio di nuvole in guerra, ma non promette calore. Cielo opaco, quasi livido, aspettando la Pasqua.
Mia madre mi guarda smarrita dal letto che non vuole lasciare, piccola ed eterea come una porcellana ben modellata; a volte si anima come per un guizzo improvviso, ma poi torna a veleggiare in silenzio come fosse aggrappata ad una zattera triste dalla quale non sa e non vuole staccarsi. Io mi affanno a dire, raccontare, chiederle anche cose banali, ma lei non si fa scalfire, come fosse in balìa di un naufragio, di una minaccia, di una inquietudine opprimente. Non sa dire cos’ha, piuttosto sente ciò che non ha, tutto ciò che non ha più e la fa estranea a se stessa. Il tempo scorre lento accanto a lei, ma anche veloce e tiranno, nella camera dai mobili d’un tempo, con le foto di noi figli bambini, le porcellane della nonna, il grammofono di inizio ‘900, i porta-fiori barocchi e qualche fuligine al soffitto.

Il tempo scivola come da una clessidra, il tempo ladro rapace dei bei giorni, dell’ovale perfetto di mio padre, stanco e appagato dopo una battuta di caccia, dello sguardo luminoso e altero di mia madre quando si preparava ad uscire con una delle sue “mise” preferite, dei mille pensieri e progetti, sorrisi e sani conflitti, anche, che allora ci attraversavano, dei miei anni di fuoco, delle utopie promettenti.

Sono tornata a casa tardi, sotto un cielo piovoso e senza luna, il viso freddo e la gola secca; ho acceso il computer ed ho sbirciato le ultime notizie: Gabriel Garcia Marquez è morto, probabilmente col rammarico, come spesso diceva, di non poterla raccontare la sua morte, lui che del narrare trsfigurando era insuperato maestro.
Il tempo è scivolato via, vertiginoso, impietoso, come i granelli da una clessidra. Ed io sono quì, sospesa, a cercarlo.

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