I novant’anni di Eugenio Scalfari hanno messo in moto, in questi giorni, tutto un fervore di iniziative, articoli, interviste, per sottolineare una ricorrenza che non poteva passare inosservata dato il ruolo pubblico e prestigioso del personaggio. Due di tali interviste (quella di Concita Digregorio su D Donna e l’altra di Antonio Gnoli sulle pagine culturali di Repubblica), che ho letto e meditato, mi hanno suscitato fastidio e, anzi, qualcosa di più, un disappunto profondo che si è precisato man mano che procedevo nella lettura, fino a produrre alcune riflessioni.
Nella prima Scalfari si racconta, più che farsi intervistare, nelle pieghe della sua vita affettivo-sentimentale, con un piglio da “patriarca” ed una buona dose di narcisismo non celato, parla della sua bigamia come di una condizione per lui irrinunciabile, accettata dalle sue due donne (la moglie e l’altra), parla con leggerezza, quasi per caso, della sua percezione del femminismo, racconta di tante altre avventure durante il suo matrimonio che sua moglie capiva e accettava. Le donne in tutto questo sono puri accidenti, belle senz’anima che lui signorilmente ringrazia per tutto ciò che gli hanno dato, da gentiluomo all’antica secondo il vecchio costume/vizio maschile, quello cioè del maschio cui tutto è permesso, è stato permesso da sempre. L’altra intervista invece è sul pensiero nobile, astratto, sui temi filosofici e quindi lì parla di uomini e di grandi sistemi e problemi, lì si costruisce il Pantheon del sapere, è tutta un’altra storia!
Due registri diversi, certo, ma sembra che ci sia da un lato il gineceo con le sue levità, i suoi drammi, le sue tenerezze e intimità e poi il mondo di fuori, quello serio della competizione, del potere, dei grandi progetti, quello maschile insomma! Una separazione tangibile, una irrimediabile separatezza del mondo femminile.

Grande tristezza mi ha preso pensando al nostro giornalismo, anche quello che si richiama al pensiero laico, progressista, di impegno civile, quello delle battaglie politiche per la moralizzazione, la parità dei generi e così via… Concita Digregorio non batte ciglio “nè piega sua costa” di fronte al racconto di una relazione triangolare in cui le due donne sono personaggi secondari, creature che esistono perchè nutrite dalla grazia del loro autore, l’inquieto Scalfari, desideroso di entrambe; l’elemento celebrativo ha la meglio su tutto
con buona pace di principi o professioni di fede precedenti che la giornalista ha sostenuto in passato e forse ancora sostiene. Scalfari d’altra parte, simbolo di tante battaglie politiche e giornalistiche, apre uno squarcio nel suo privato, scoprendo per noi una sua visione delle cose che stupisce, che credevamo superata, e mostrandosi un “patriarca”, custode di costumi passati, elegante, anche affinato, ma interprete di un ordine antico in cui ogni cosa e persona deve stare al suo posto quasi per ordine naturale o divino.
Per questo ho apprezzato l’articolo di Christian Raimo e le domande che pone
(http://www.ilpost.it/christianraimo/2014/04/07/interviste-eugenio-scalfari/).

Il nostro giornalismo rimane così, come impigliato in un “vizio assurdo” da cui non sa uscire, non rinuncia alla sua vocazione sacerdotale, continuando a fare l’officiante del potere nelle varie forme in cui esso si presenta, non riesce a praticare la funzione che gli sarebbe propria perchè legata alla sua nascita ed alle sue finalità iniziali: quella di critica vigile, di informazione completa, di controllo dell’operato delle “élite”, di autentica passione civile, al servizio unicamente delle donne e degli uomini di una società.
Per questo ed altro ancora, grande tristezza mi ha preso.

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