Domani 8 marzo 2014. Sembrava che noi donne finalmente fossimo arrivate a toccare il cielo, che avessimo ali solide per arrivare al sole, rompendo la fitta cortina di nubi che ci impediva di volare e dispiegarci oltre di esse; di strada ne abbiamo fatta e invece sembra che siamo ricacciate indietro, come quando il rinculo del fucile spiazza un inesperto, improvvisato “tiratore”. Sembra una tela che si disfa di notte ma stavolta non è l’astuta, paziente Penelope a disfarla a suo profitto, ma dei novelli proci che la scompigliano a loro vantaggio e confondono i fili della trama.
Così la legge elettorale è di nuovo nelle secche (una marcia senza fine, veramente) e la parità di genere è il nuovo pomo della discordia. Certo è noioso rifare discorsi e battaglie che sembravano compiute, è anche scoraggiante; sembra di essere ferme e che il movimento, il mutamento, gli obiettivi raggiunti siano vanificati, che la realtà e il tempo si siano arrestati.
Non occorre però scomodare ideologie, lanciare urli di guerra, armarsi come amazzoni per dire che noi, donne, ci siamo e non vogliamo ritornare nel dorato privato del gineceo (se pure riaggiornato secondo i canoni della più spinta modernità). Basta rifarsi al concetto classico di rappresentanza su cui si fonda la nostra democrazia; se tale rappresentanza deve rispecchiare la società e la sua composizione, è naturale che le donne, essendo in numero superiore, di parecchio, ai cittadini elettori uomini, dovrebbero essere rappresentate nel parlamento in ragione di ciò. Altro che concessioni di quote!

Questo principio elementare, sembra non essere considerato e quindi nel tempo ci si è affidate a correttivi, come appunto le “quote rosa” o cose simili, per affermare, a sudor di gomiti, una cosa che è invece propria di un ordinamento democratico e ne garantisce la completezza e la qualità.
I diritti dell’uomo e del cittadino furono conquistati per la prima volta in Europa con la Rivoluzione francese; ma il “compagno” Robespierre non aveva molte aperture sulle richieste delle donne e quindi Olympe de Gouges e le sue coraggiose sorelle salirono sulla carretta della ghigliottina non riuscendo a “salire sulla tribuna” che doveva sancire il loro diritto ad avere peso e voce. Ora, dopo due secoli e mezzo, per fortuna la ghigliottina è sparita e così pure l’intransigenza sorda dell’estremismo giacobino, ma nella nostra civiltà iper o post-moderna è rimasta la forma residuale, e perciò tenace e persistente, istintuale, paretianamente, dell’antico e indiscusso privilegio, quello maschile che ripropone come naturali una prassi ed un ordine ormai superati. Il potere maschile oggi è mutato e riesce anche ad avere slanci di generosità lodevoli (da cui occorre comunque guardarsi per evitare di ritrovarsi impigliate in una solidarietà apparente che ci avvilisce); ma sulle cose che contano e che mettono in gioco una secolare supremazia, esso torna ad erigere muri e a trovare sottili o rozze obiezioni per difendere il proprio recinto.
Non si allarmino per questo i fautori della pace sociale; non è una rivendicazione femminista quella di questo momento, ma piuttosto la battaglia per una compiuta democrazia in cui contano un principio equo della rappresentanza dei generi e la qualità di essa: degli eletti e delle elette, quindi, che siano adeguati al compito loro affidato. Principio questo irrinunciabile.

Dobbiamo pertanto tornare a chiedere il “diritto di salire alla tribuna” o, come diceva un’altra insubordinata donna inglese di fine settecento, Mary Wollstonecraft (teorica della democrazia intesa come compresenza di liberta e uguaglianza, ma da poco inclusa nel Pantheon dei pensatori che contano), dobbiamo occuparci non solo dei diritti degli uomini “contro lo strapotere aristocratico” ma di quelli delle donne di fronte al dominio maschile… perchè, aggiungo io, esistiamo.
E dunque, che la festa cominci!

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