La politica ha perso la sua lingua e l’ha barattata con un linguaggio banale, falsamente spregiudicato, che strizza l’occhio a quello pubblicitario oppure precipita nella volgarità; in entrambi i casi il discorso è strozzato, contratto, rattrappito nella misura dell’attimo, fatto per essere velocemente consumato; il discorso insomma non è più, è scazonte, affogato fra immagini, battute, semplificazioni ardite; inoltre esso, ri-narrato dai “media” fra fiumi di parole e “pruderies”, acquista tratti ossessivamente ripetitivi e non significanti.
C’è un asse che lega la comunicazione di Renzi, Berlusconi, Grillo, protagonisti attuali a tutto tondo, che induce a riflettere poichè tutti e tre hanno svuotato il linguaggio della politica, ciascuno a suo modo ma con una sostanziale affinità.
Berlusconi prima maniera ha inventato il linguaggio banale dell’uomo della porta accanto, lui, infinitamente ricco e vincente, e quindi ha elencato i problemi dell’agenda politica come si fa con un inventario di merci in azienda.
Ha attuato così una frattura semantica cruciale nel linguaggio della politica, ci ha abituati alle pratiche di “marketing” in politica, massicciamente praticate, e masse di casalinghe osannanti e ceti medio-bassi sono accorsi ad applaudire e a votare quel “nuovo”-non nuovo che avanzava.
Nel contempo però la politica è stata come lobotomizzata e la sua lingua degradata ad un registro povero, sottoculturale, che si è riverberato sulla società mortificandola.

Grillo anche lui “innovando”, ha usato un linguaggio irriverente, al vetriolo, urlato,
più da maschera teatrale che da capopopolo e quindi con grande potenziale coinvolgente ed accattivante; ha costruito una scena dove il discorso si è tramutato in un ghigno distruttivo e scompaginante che è il contrario della politica. Ora anche questo è appannato, logoro, grottesco, minaccioso quanto la sua vocazione autoritaria richiede e non riesce più a dissimulare.
Renzi, novello Rodomonte, usa una lingua veloce, povera lessicalmente, da oratorio postmoderno, che dice di tutto, ma pochissimo di tutto, tanto che non è chiaro, come afferma Franco Arminio su “il Fatto Quotidiano” di oggi, in cosa consista il cambiamento che egli propone. La velocità, il movimento rapido, il cancellare oggi ciò che ieri ha detto, lo esimono da spiegazioni, argomentazioni, pause di pensiero e lo tengono al riparo come il pugile che, muovendosi di continuo, abilmente schiva i colpi dell’avversario.
La sua forza attuale è il correre, quasi ansimando.
In tutto questo ci chiediamo dove siano il progetto, la direzione, l’analisi, la conoscenza d’insieme delle cose che devono precedere qualunque agire. In ogni caso Renzi, come gli altri due ma in maniera più abile, strizza l’occhio all’antipolitica, fa l’equilibrista sul filo facendosi paladino di una politica del “cambiare verso”( ma verso cosa e dove?), costruisce la sua “leadership” per prossimità, con atteggiamento iperattivo e compassionevole verso il popolo che soffre, tutte cose, fra l’altro, che indicano un palese riflesso populista, un’inclinazione che via via si manifesta in consonanza con “leader” ed esperienze politiche in Europa di simile natura.

Il linguaggio, come tutti ormai sappiamo, non è un puro fatto o elemento di forma e sulla punta dei vari linguaggi si fa e si disfa il gioco del potere, da sempre. Speriamo davvero che la politica riacquisti la lingua, la sua lingua, perche altrimenti il rischio è che i governati, cioè la gente, cadano nella trappola dell’indifferenza o dell’afasia.

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