Il nuovo governo si è insediato ieri in un giorno di precoce primavera, secondo le ritualità previste; ha giurato davanti al Presidente della Repubblica fedeltà alla Costituzione ed ha messo nel suo paniere promesse ed impegni con cadenze precise, già esplicitate dal nuovo Primo ministro, nei giorni scorsi, a passo di marcia. Dopo giorni frenetici di incontri, consultazioni, reincontri, fino all’estenuazione, la squadra di governo è stata varata: 16 ministri, di cui otto donne, in omaggio alla tanto sospirata “parità di genere”e un’età media che sembra un buon inizio per spezzare la camicia di forza gerontocratica che è divenuta da tempo, ahimè, una specialità italiana come gli spaghetti alla norma o la melodia strappalacrime napoletana. Peccato però che non ci sia un solo ministro meridionale se consideriamo che l’Italia continua un bel po’ dopo l’Arno!
Fra qualche giorno questo governo comincerà ad operare, dopo i passaggi di fuducia da Camera e Senato; la strada si presenta a prima vista sicuramente complicata sia per difficoltà oggettive (le condizioni di un paese che deve far ripartire il motore dell’economia, un tessuto sociale sfilacciato e depresso, una disoccupazione giovanile ormai patologica), sia perchè la coalizione di governo rimane grossomodo la medesima di prima, quella delle larghe intese, piena dunque al suo interno di tensioni, orientamenti e intenzioni palesemente contrastanti.

E’ uno spartito musicale in cui il peso degli alti, dei bassi, degli strumenti a corda, di quelli a fiato e della tastiera, non è definito, nè composto in un tutto armonico e ciascuno cerca di sovrastare l’altro; il primo violino sembra voler svettare, ma gli altri riportano le note della partitura su un tono diverso. Gli attori protagonisti e coprotagonisti si muovono secondo interessi o anche “orizzonti di pensiero” diversi. Fuor di metafora questo vuol dire che basta toccare uno dei temi cruciali per la vita del paese perchè le differenze esplodano e non si trovino punti di incontro.
Le politiche economiche e sociali, la giustizia, il conflitto di interessi, le politiche sull’immigrazione, le riforme costituzionali, sono altrettante micce sul sentiero di questo esecutivo nato per fare in fretta, con un volontarismo tanto encomiabile quanto rischioso.
Renzi ha sottolineato oggi che lui e i suoi ministri vogliono rimanere liberi e semplici.
E Renzi è uomo d’onore.
Semplici lo saranno i ministri e gli uomini della sua squadra, probabilmente, e lo resteranno; ma liberi non pare lo si possa affermare, date le alchimie frenetiche e le contrattazioni che hanno preceduto il varo del governo: ogni nome ad un posto, cioè ad un ministero dopo altalene vorticose, scale in salita e in discesa, poche serene pianure.
Renzi vuole fare una riforma al mese, che neanche il mitico Achille, veloce come il vento, l’avrebbe forse pensato! Per fare ciò occorre non solo una politica spedita, coraggiosa,
che decide senza intoppi, ma anche una burocrazia più agile, snella e senza poteri di veto.
Anche per questo bisogna mettere mano alla riforma della macchina amministrativa; è urgente ed essenziale.
E Renzi è uomo d’onore.
Renzi dice di volere segnare la discontinuità, ridisegnare la sinistra, il suo profilo, i suoi confini, una sorta di”rupture” all’italiana; ma gli alleati di governo e le forze ad essi legate ed affini remano per la continuità, si proclamano “rivoluzionari”, coniando con ciò uno dei più clamorosi “non-sens”della storia linguistica e politica recenti, e vogliono rubargli la scena. Pare che tutti peschino, senza infingimenti, ciascuno a suo modo, nel grande mare del repertorio populista, mare pescoso nei momenti di difficoltà e di crisi, un mare grande che si insinua in ogni parte attraverso l’Europa.
Ma Renzi è uomo d’onore e… non ci resta che credergli.

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