Siamo di nuovo impantanati. Senza rendercene conto siamo scivolati, come per ripetizione coatta, nella vecchia via delle consultazioni, dei “distinguo” pretestuosi o inconcludenti, dei ricatti larvati o rozzamente espliciti. Un prologo antico questo e ripetuto nella storia politica italiana, anche recente, per dare l’avvio al governo Renzi che, guarda caso, nasce per innovare, rompere con i temporeggiamenti, fare le cose che servono liberandosi del ciarpame di pratiche vecchie e protodemocristiane. Invece siamo alle solite, in una stanca ripetizione, con una crisi di governo, quello Letta, qualche giorno fa, avvenuta per via extraparlamentare, quindi in maniera anomala, come se il parlamento avesse, esso sì, un ruolo decorativo: Costituzione reale contro Costituzione formale, o forse adattamento dei princìpi al bisogno del momento, ad appetiti, ambizioni, convenienze che poco hanno a che fare con i problemi del paese.

Tranne qualche voce solitaria, tutti ripetono, da solisti o in coro, che non c’era altra via,; ma sì, come si fa ad andare al voto con questa legge elettorale? L’altra, quella nuova, quasi in dirittura di arrivo, non è arrivata in porto, proprio per poco, come un maratoneta azzoppato sfortunatamente sul limite del traguardo! Siamo presi in trappola, non abbiamo scelta: dobbiamo cambiare passo e governo, ma non abbiamo pronto lo strumento che  permette ai cittadini di scegliere chi li governerà secondo le regole classiche della democrazia realistica shumpeteriana. E quindi, con buona pace del parlamento, della competizione e della qualità di essa, aspettiamo che il nuovo governo venga alla luce, secondo una pratica antica ma con propositi nuovi.

Si racconta che nella Sicilia borbonica quando un Vicerè era defenestrato e cacciato via per avere male operato, il popolo palermitano era in fermento e in festa, come preso da un’onda di entusiasmo, si riversava nelle strade, quasi come per il festino di Santa Rosalia e gridava pressappoco così: Evviva, il vecchio vicerè se n’è andato, ora ne arriverà uno nuovo e metterà le cose a posto.  Come dice Sciascia”(…) nessuno tuttavia pensava a rovesciare l’istituzione, le plebi essendo perfettamente avvezze a quest’idea del mutamento che scende dall’alto. (…).Si racconta anche che la scena si ripeteva negli anni fino a quando non venne un ordine nuovo.

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