Ero ancora immersa  nella lettura di un bel romanzo di Irène Némirovsky, l’altra sera, quando da un telegiornale di fuoco,  dall’altra stanza, mi sono giunti urla e schiamazzi come di una gazzarra. Avvicinandomi al televisore la scena era più violenta e più chiara: era una seduta della Camera e la sala mi apparve un luogo di rissa, scomposto, con gente fuori dai banchi e un groviglio inestricabile di corpi e di voci e di movimenti convulsi. Il giornalista spiegava cos’era successo ed io mi sentivo come intontita fra la voce fuori campo e quelle immagini”surreali”  come quelle che si vedono a volte in vecchi documentari o films americani che rappresentano risse di agenti di borsa o di scommettitori incalliti in giornate particolari e in luoghi particolari. Invece andava in scena il nostro Parlamento in una sua seduta; tornai rapidamente alla realtà ed era proprio così, come avevo capito. I 5Stelle all’assalto, ma non solo; Scelta civica(così moderata e “figèe”) esibiva per l’occasione un energumeno che malmenava una collega, la Lega si agitava col solito piglio “popolaresco”ora rinvigorito dal ruolo oppositivo. Ed era tutto un agitarsi di appetiti, frustrazioni, interessi; poco c’era di tenace concetto, di idealità, di fermezza nei princìpi, roba vecchia quella, noiosa, nella postmodernità e nella postpolitica. Gli scranni del Parlamento invasi da una folla così male in arnese! Il giorno dopo sui giornali era tutto un pullulare di accuse, insulti reciproci fra alcuni partiti, nelle persone dei loro esponenti “più in vista”: il turpiloquio eretto a sistema di comunicazione, la politica stracciata, vilipesa, ridotta a scambio violento e volgare di parole e gesti.

Le parole da sempre sono la veste del pensiero che acquista un corpo, per così dire, e viene comunicato o rappresentato ad altri; esse quindi, la scelta di esse, la qualità, il suono, la loro costruzione in una frase e l’insieme di tutte queste cose fanno il discorso che serve, come anche il sistema dei segni,  a comunicare fra umani.

Il discorso politico, da molto tempo è mutato e, in accordo con i tempi e le culture diverse, si è trasformato abbandonando la retorica classica per assumere veste e forme più adeguate alla modernità e, soprattutto, per esempio, sostituendo all’ampolloso e barocco Cicerone( sempre maestro comunque, per una buona ginnastica mentale!) l’asciutto ed essenziale Tacito, grande inventore di una prosa moderna sin dalla lontana romanità. Questo ha rappresentato la normale evoluzione della lingua e dei linguaggi tanto più in politica dove l’arma della parola deve stare al passo con la società e sentirne i battiti, come pure le profondità nascoste, se vuole riuscire nell’intento di comunicare e persuadere.

Quello che accade oggi invece, in questa nostra postmodernità confusa( dove il “postmoderno” sembra la parola buona per tutti gli usi, alibi e abusi) è ben altro: una mutazione desolante e inquietante in cui la mediatizzazione estrema della politica comunicata ha avuto grossa parte. Il linguaggio in televisione è appiattito, banalizzato, omologato in omaggio ad obiettivi aziendalistici nei quali “l’audience” la fa da padrona e lo spettacolo costruito non può derogare da alcune caratteristiche: spettacolarità, personalizzazione estrema, in un impasto da racconto a puntate per spettatori avidi, sprovveduti o avveduti, tenuti legati comunque al tubo catodico per i programmi di politica come  le casalinghe disperate  e sognanti davanti alle telenovelas. I partiti dal canto loro sono mutati, si sono scrollati (salutare, certo) di un troppo pesante fardello di ideologia, ma hanno esagerato in pragmatismo fino a divenire irriconoscibili, pronti a tutto e, come Sansone con le chiome recise, hanno perduto forza, mordente e identità.

L’ultima mutazione ora è quella dell’insulto, della parolaccia, ma sì, è bello essere disinibiti, dire tutto chiaro, troppo anche, come fra vecchi amici, in osteria. Tutto quindi risulta svilito, involgarito; la politica, la “politeia, ” la passione della “polis”, della “civitas”, quella della civiltà dei comuni e poi anche quella delle signorie, dei regni anche(perfino quelli perchè nelle monarchie, anche “absolutae”, il sovrano comunicava col popolo dei sudditi in maniera adeguata e regale, seppure arbitraria e unilaterale!) ed infine la passione nuova delle democrazie al loro instaurarsi e nel loro sviluppo, tutte queste cose sono sparite, come fagocitate da un fiume pieno di detriti nel cui letto non ci sono più acqua limpida e fauna nobile ma umori limacciosi ed oggetti  inservibili.

La politica deve scuotersi, rialzare la schiena per affermare il suo primato, la sua capacità di selezionare idee, domande della società, persone, competenze, proposte progettuali; deve rifondarsi ripristinando compiti che le sono propri, riprendendo voce e autonomia rispetto alla  pressione crescente delle” lobby” economico-finanziarie e riacquistando  la sua qualità essenziale che è quella del “gubernator”. Tutto questo deve fare ed altro anche. Ma prima di tutto, essa deve reimparare lingue e linguaggi diversi, adeguati al suo ruolo ed alla società che essa rappresenta perchè…  questa pare a molti una scelta di decenza.

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