Una primadonna si aggira per l’Italia ed ha preso la scena ma non con piume, lustrini o battute da grande artista, piuttosto con sembiante insidioso, aspetto modesto, accessori male assortiti, come una dama poco nobile che raccatta qua e là abiti ed ornamenti con cui travestirsi per nascondere la sua vera natura. È la legge elettorale, modello spagnolo, ma corretto, con vino nostrano al posto della sangria e nacchere artigianali, fatte a Firenze, ma ideate ad Arcore a sottolineare amor di patria e spirito unitario. Così è nato l’Italicum, proposta di modello elettorale tenacemente voluta da Renzi, rivendicata ora da Berlusconi, come antica sua proposta a patto che alcune cose non si tocchino ed altre si possano ritoccare per non scontentare proprio tutti; quindi niente preferenze, ma liste bloccate e variazioni sulle soglie di sbarramento per avere il sì da alcuni partiti minori.

Agli elettori si spiega, argomentando o no, che le preferenze non servono, che anzi sono esse a consentire la clientela, i legami e le scelte familistiche e quindi poco importa se invece è il partito a decidere le liste, anzi è perfino meglio: più controllo, più trasparenza, più moralità.

L’esperienza degli ultimi anni, in effetti, dimostra il contrario e nelle liste, decise dai partiti, sono entrati, e poi sono stati eletti, i personaggi più improbabili, privi assolutamente delle qualità minime per farne dei rappresentanti, nientemeno che della sovranità popolare. Il vero nodo è la rappresentanza, ma lo è da quando essa divenne l’atto fondativo delle democrazie moderne, quelle rappresentative, appunto, indirette, perchè quelle dirette non era possibile realizzarle se non in realtà sociali di piccole dimensioni e di piccoli numeri, come la Grecia di Pericle ad esempio. E da allora essa è un bel rompicapo perchè nel suo paniere essa porta tanti bei frutti, ma anche qualche bacca avvelenata, se pure di bell’aspetto. La rappresentanza bisogna saperla congegnare, interpretare e poi realizzare con rispetto per i principali soggetti interessati: i cittadini-elettori, titolari della sovranità.

Oggi questo nodo è  diventato più complicato, più urgente da sciogliere e ci accorgiamo di essere come incastrati; occorre fare presto, si dice, non se ne può più; e le riforme costituzionali, anche quelle bisogna farle: modificare il Senato, dargli una funzione diversa, snellire altre strutture, ripensare alcune parti della Costituzione. Tutto questo però richiede tempo, attenta riflessione, elaborazione  ed occorrono soggetti politici, individui, partiti, esperti tutti ugualmente appassionati, per così dire, tenaci rispetto ad un fine chiaro da perseguire. E le altre cose? Il lavoro, i giovani che aspettano, la sanità, la ripresa industriale, la ricerca? Sembrano merci, oggetti mischiati in grandi scatoloni, in attesa di attenzione e collocazione, come quando, in un’emergenza, si dimenticano le cose vitali.

La nostra  società è in difficoltà, dolente, delusa, gravata da fardelli antichi e recenti; ogni giorno, uscendo per strada, mi pare di vedere visi stanchi, assenti, o assorti e incupiti; è una società che sembra ripiegarsi per difendere quel poco che ha e non riesce a guardare altrove, anzi non ha più un altrove. L’ironia ci serve, la satira e lo sberleffo ci tolgono dal grigiore ma per qualche istante; la vita invece si deve raccontare ogni giorno per ventiquattr’ore. Dobbiamo per caso rifare, per astri e peripezie, il viaggio immaginario di Orlando o, per restare più sulla terra, quello di Candido?

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