Su”L’Espresso” di qualche giorno fa Umberto Eco, sotto forma di lettera al suo nipotino, ha parlato di una facoltà umana importante, ma dimenticata, la memoria, di come esercitarla, della necessità di custodirla ed arricchirla soprattutto per coloro che domani, da adulti, dovranno pur muoversi nella realtà per capire agire, trasformare. E se non avranno memoria, conoscenza di ciò che li ha preceduti, avidità per il passato e le mille interminabili storie che esso ha intessuto, non potranno capire il loro presente  e si troveranno come spaesati e disorientati, come chi non conosce l’inizio di un racconto.

Tema importante questo della memoria, uno dei punti dolenti della nostra modernità, un banco di prova cui non dovremmo sfuggire; ma non mi pare che sia stato ripreso dalla stampa o da qualcuno nel tanto parlare di questi giorni, se non nella ritualità  spesso retorica che precede il 27 gennaio, giorno internazionale della Memoria in ricordo della tragedia dei lager nazisti. Ora per fortuna arriva il film di Roberto Faenza sull’assenza di memoria; lo andrò a vedere. La lettera di Eco, però, andrebbe stampata e diffusa a largo raggio, fatta girare nelle scuole, nella aule universitarie e in tutti i luoghi”del sapere”, come una volta si faceva con i volantini di propaganda politica, per chiamare a raccolta, scuotere, fare una proposta. Coltivare la memoria significa entrare nella storia passata, nelle sue meraviglie e nelle sue atrocità, perdersi nelle “Fiabe delle mille e una notte”, come nelle avventure e trame dei grandi romanzi ottocenteschi, aprire uno spiraglio sui fasti delle civiltà antiche, come pure sulle guerre, i conflitti che hanno opposto Stati e popoli diversi, adagiarsi sul ritmo delle vecchie filastrocche, o tendere l’orecchio sui prodigi della musica barocca, insomma aprire lo scrigno dei mondi passati e di tutto ciò che si è accumulato prima di noi, del nostro presente. Poichè se questo non avviene, siamo condannati ad essere tristemente poveri come individui e come società e non riusciremo a ritrovarci in quella che Chabod chiamava “l’idea di nazione” e che oggi potremmo chiamare” l’idea di  comunità”, in tempi in cui l’obiettivo desiderato e faticoso è una “sovranazione”, ossia un’Europa unita, ricca, dinamica, capace di proteggere, di comprendere e decidere le politiche per la complicata carovana che la compone.

La memoria, si sa, va esercitata, attivandola come si fa per le gambe, le braccia e le parti del nostro corpo; già i latini mettevano in guardia per non farla arrugginire, proponendo precetti e pratiche precise come quella di imparare a memoria lunghi brani in versi o in prosa, cosa che sarebbe salutare anche oggi e che invece è stata da tempo messa in soffitta come inutile, arretrata e, insomma, roba vecchia per secchioni! Una volta a scuola, ma anche all’università, si imparavano a memoria lunghi brani dei classici italiani e latini e le terzine dantesche o le ottave di Ariosto risuonavano nella nostra mente, educavano il nostro orecchio, guidavano la nostra penna alla ricerca di uno stile e soprattutto ci parlavano di un’epoca, di varie epoche: i primi passi verso la modernità già con padre Dante e l’affermazione dell’uomo in quanto individuo, la compiutà modernità e il trionfo dell’immanenza con il Rinascimento e i suoi capolavori.

Via via questo costume si è perso; invece, ed Eco lo sottolinea, mettere alla prova la nostra memoria, nelle cose importanti, come in quelle piccole( i nomi dei protagonisti di un libro, la sequenza di alcune battaglie famose, le vittorie ai campionati mondiali di calcio, o altro) ci rende attivi e curiosi e, soprattutto, ci preserva da un facile inebetimento senile. Non è poco, a ben pensarci. E’ tutto a nostro vantaggio.

Ho chiesto ad uno studente chi era Robespierre ed ha risposto balbettando che era un generale del’600, poi, io esterrefatta, ha corretto con “scrittore”; in un’aula stipata e attenta, occhi smarriti mi hanno guardato quando ho citato Emma Bovary, il Gattopardo, i Buddenbrook, per esemplificare dei concetti che stavo spiegando; allora mi sono fermata e dunque ora rifletto. So bene che non tutti gli studenti sono così, non tutti i ragazzi scambiano Eugenio Montale per un fondista di sci; molti sono sensibili al sapere e volti a cercare; ma c’è molto da lavorare per cominciare a costruire il filo delle cose, del tempo, per tessere la trama giusta  a farci abitare il presente e trasmetterla ai più giovani, per scoprire i tesori nascosti perchè dimenticati come attrezzi vecchi in cantina. Una volta nelle chiese importanti c’era l’abitudine di dedicare uno spazio all’esposizione del”tesoro” ossia degli oggetti antichi e particolari, per significato e pregio, che ne illustravano la storia. In Francia questa tradizione è più diffusa che da noi (famoso è il “trésor” di Notre-Dame o di altre cattedrali)  ed è suggestivo ammirarli in diverse chiese perchè portano alla luce, non solo per i fedeli, un passato ricco e palpitante.

Prepariamoci dunque a ritrovare il nostro”trésor”, abituiamo il nostro cervello ad inoltrarsi in sentieri diversi che non siano solo il frenetico quotidiano, non certo per un  riandare nostalgico al passato, ma per ripopolare il nostro presente,  cercando di dotarlo  di senso, direzione e immaginazione.

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