Sono uscita in paese per strade deserte con la pioggia sugli occhi e l’odore aspro di terra bagnata; le luci natalizie brilleranno ancora stanotte e poi si spegneranno; la festa è finita, la natività e il primo dell’anno pure, la befana ha finito il suo giro  e ripone i suoi attrezzi per un altr’anno. Le persone sono nelle case, sparite nella quotidianità; io torno in città e ricomincio con gli altri, come gli altri, ad ammassare pensieri e lavoro; ho anche il mio romanzo da finire; ancora uno sforzo per ritagliarmi tempo interiore, solità, urgenza di dare forma  al mio sentire, tutte le cose che rendono possibile la scrittura, il creare, il rimuginare sulla realtà, quella di dentro e quella di fuori, innalzandola oltre la banalità, cogliendone l’essenza e i momenti e gli aspetti che ad altri non appaiono.

Così pensava il  Tonio Kroeger di Mann per il quale l’arte è malattia, solitudine, insomma consacrazione ad un demone che ci possiede e dunque impossibilità di vivere le gioie, i legami, le mille frivolezze che riempiono la vita nella sua normalità. Devo mettermi al mio tavolo di lavoro, davanti ai fogli bianchi, fra le carte, i libri, i giornali ritagliati, con  le foto che amo, i poster che ho scelto nel tempo, la musica che ascolto anche se sono distratta da altro e ne anticipo le note e i passaggi e le impennate come fossero  una nenia ancestrale che viene prima di tutto.

Il buon Bersani ieri ha avuto un grave malore, un’emorragia cerebrale, ricoverato d’urgenza è stato operato; ora si attende e si spera in una ripresa. Il suo sguardo sofferente, i suoi occhi, nelle poche immagini che lo ritraggono mentre si avvia all’ospedale,  hanno detto molto più di tante parole della politica in questi mesi, come se essa fosse finalmente apparsa nuda, senza artifici e infingimenti. Questo accidente sembra una pausa, una frattura, un momento di verità, di spaesamento, simbolo forse di una corsa che ad un tratto bisogna interrompere per fermarsi salutarmente  a riflettere, ponderare, progettare, senza farsi prendere dalla sindrome del dire ad ogni costo in un gioco surreale in cui il dire vale più del detto, ossia l’enunciare vale più dell’enunciato. Lo scenario politico italiano in questo momento rimane bloccato anche se sembra che diverse cose siano cambiate o stiano cambiando:  il terremoto nel PD, la leadership di Renzi,  arrivata come  frustata sul corpo di un partito segnato da un gruppo dirigente “figé”, quindi senz’anima, incapace di scegliere, decidere, guidare la società che gli si affida; il centrodestra spaccato, quasi allo sbando fra scandali e “coups de théatre” ma capace di ricomporsi, ahimè, in una postura elettorale che riconquisti consensi. Intanto abbiamo un governo di coalizione e contraddizioni, di intese larghe e di lunghi sospetti, che ogni giorno promette stabilità e capacità di riforme rapide, ma sembra, a ben guardare, impigliato nei grovigli di una inesorabile tela di ragno. Da ogni parte si ripete che occorre aspettare, avere pazienza, fare sacrifici per il bene di tutti, avere tenacia. Una volta sembrava che tenacia ed ironia fossero le qualità indispensabili di un buon rivoluzionario per la meta suprema; oggi le stesse cose servono per essere dei buoni democratici, repubblicani, fiduciosi moderati, o forse anche e solo corifei della pace sociale, costi quel che costi. Due desideri dunque per questo inizio d’anno:

che Pier Luigi Bersani  guarisca, presto; questo è un auspicio comune a tanti, sentito, diffuso e, voglio credere, sincero, almeno per molti;  l’altro auspicio irrinunciabile è che la politica innanzitutto, la società a seguire, ritrovino, come Platone ricordava, la giusta misura. Ne abbiamo bisogno!

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