La laìcité d’abord

 Il tema della laicità in Francia è un nervo scoperto che si irrita ed è dolorante ciclicamente, è uno strumento buono per tutti gli usi, tirato da tutte le parti, dalla “gauche”, dalla destra e dall’estrema destra ,ormai, che ha trovato la bacchetta per trasformare la propria xenofobia in un “valore” che difende la laicità francese dall’oscurantismo islamico. Così in questi giorni la miccia si è riaccesa sul problema dei giorni festivi per gli islamici e delle liceità delle loro preghiere per le strade.
La laicità, quindi, figlia della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, pilastro della République, sinonimo di apertura, sgombra da credenze e pregiudizi, consente il culto cristiano, cosa ribadita dai vari presidenti che si sono succeduti, ma vieta altri culti ed in particolare quello islamico, relegandoli a questione privata e dunque vietando i segni ostensibili, visibili di esso (le leggi contro il velo nei il luoghi pubblici, le crociate contro il burkini ecc). Colui che si ostina a manifestarli è, da tempo, definito un “communautaire” (termine che indica chi voglia esibire segni della propria identità, di appartenza ad una comunità diversa) e così pure tutti quelli che difendono tali comportamenti, talchè costoro sono nemici della Répubblique. Equazione arbitraria e difficilmente dimostrabile…
Oggi Charlie Hebdo, giornale satirico e Mediapart, altro “medium” noto nella realtà francese, prima sullo stesso fronte, sono in polemica sfrenata e pretestuosamente si lanciano accuse reciproche sulla questione del rapporto con l’islam. Mi chiedo e non sono la sola, dove in tutto ciò sia finita la laicità come principio, valore e condotta politica.

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Due anni fa

13 Novembre 2015: due anni oggi dagli attentati terroristici di Parigi che hanno fatto 130 vittime e 683 feriti, molti dei quali rimasti disabili. Ero qui allora come oggi.
“Faire France” contro la violenza è uno slogan che circola sulla stampa e nei dibattiti stamattina ad indicare la volontà di non cedere alla minaccia jiadhista e alla paura. Il ministro dell’Interno Gerard Collomb è rassicurante: l’inchiesta dopo due anni ha ricostruito la rete dell’organizzazione, i suoi rifugi, i legami forti col Belgio, ben trenta attentati sono stati prevenuti da quella tragica giornata, grazie all'”état d’urgence”, vi sono più mezzi e più consapevolezza; bisogna tenere la guardia alta. Sono già cominciate ieri le prime cerimonie di commemorazione ed oggi raggiungeranno il culmine nei vari luoghi toccati dagli attacchi.C’è controllo in giro per le strade. Tutto bene allora?
Rimane però il problema di ricostruire e capire i percorsi di radicalizzazione, il progetto che vi sta dietro, la sua “filosofia” in un universo complicato e variegato come quello dell’islamismo nel rapporto con la civiltà occidentale. E questo non è solo affare di “intelligence” ed investigazioni. E’ il problema delle nostre società in Francia e altrove: politica e cultura sono chiamate a rispondere.

JuppMacron

Molte cose ribollono e si rimescolano nella Francia di questi giorni e sembra davvero che i personaggi siano usciti tutti dalla penna di Machiavelli quanto ad astuzie, o da quella di Pirandello quanto al paradosso. Infatti Alain Juppé, leader storico della destra, sconfitto al primo turno delle presidenziali, tende la mano a Macron, si profonde in elogi per i suoi propositi sull’Europa ed ipotizza “un grand mouvement central” per le elezioni europee che unisca tutti gli europeisti in un progetto comune..Questo divide ancor più “Les Républicaines”, già nei tormenti da quando è spuntato l’astro rapace Macron, ma trova sintonia con Valls ex primo ministro socialista, ora in cerca di una zattera per riemergere.,aveno abbandonato il Pse non essendo subito riuscito ad approdare nel movimento mangiatutto”En Marche”.
Ma quel che emerge, secondo un articolo de “Le Figaro” di oggi, induce una domanda ed evidenzia un paradosso innanzitutto: ma allora forse Juppè ha perso le elezioni presidenziali ma ha vinto la partita lo stesso, per procura, ed il suo sogno lo realizzerà, affiancando anche lui e mettendosi “En Marche” con Macron.

Terrorismo a New York

Le “veicule bélier”, come lo chiamano qui in Francia, la macchina Ariete, ha realizzato ieri l’attentato terroristico di New York,  l’ennesimo degli ultimi due anni in Occidente, con un bilancio di 8 morti e decine diferiti. Da mesi si discute non solo sull’ “escalation” terrorista, ma su questa nuova modalità di attacco che ha colpito, dal dicembre 2016, molte città europee, Berlino, Londra, Stoccolma, Nizza, Parigi due volte e Barcellona spargendo paura e distruzione.
La spiegazione dai più avanzata è che, in un momento di indebolimento dell’Isis, questo consente un terrosismo a basso costo ma efficace, che non ha bisogno del sostegno di un’organizzazione in termini di armi, materiale esplosivo e cellule addestrate e ben strutturate. Un terrorismo”solitario”, per così dire, che non smette di colpire comunque  i suoi bersagli, miete vittime e soprattutto tiene alta la tensione, spargendo morte. Oggi a mezzanotte in Francia, paese particolarmente colpito, decade ‘l’état d’urgence”(in vigore dal novembre 20015); esso non può più essere prorogato per varie ragioni, salvo una modifica della Costituzione. Come se ne uscirà?

Progresso

Progresso. Credervi signfica dire che il mondo non smette di divenire migliore. E questo in fondo dà senso alla Storia.
Jules Michelet diceva: “Noi credenti dell’avvenire, che mettiamo la fede nella speranza; Victor Hugo parlava della “nostra fede nell’inevitabile avvenire” e concludeva che “credere al progresso era “pregare verso l’infinito.” Quindi un fatto che ha del religioso. In politica tutto è più pragmatico, tutti se ne servono per scegliere il campo seducente su cui posizionarsi.
Quale politico potrebbe dire che vi è contrario? Nella realtà tutto cambia e “progresso” finisce col diventare cosa nebulosa ed esprimere e realizzare concetti/valori opposti e contraddittori. Per il progresso sono i leghisti di Salvini che vogliono le città abitate solo da ariani, la Le Pen che vuole ripulire la Francia dai maghrebini, Berlusconi che ancora litania su libertà e progresso, Macron che vuole unire tutti i francesi ma valorizzando e proteggendo il Medef, l’associazione degli industriali ..Nella liturgia della politica Progresso è tutto e niente, è “uno, nessuno, centomila”..

Strattonato, il popolo

Gli unionisti si prendono la piazza oggi a Barcelona con una manisfestazione imponente; Pigdemont pubblica una foto degli indipendentisti che manifestano formando una catena di braccia aggrovigliate con la scritta”La força del poble”, ma anche le bandiere degli unionisti sono issate da una folla che è “pueblo”. Entrambi popolo, dunque, ma da parti opposte. E’ dovunque il popolo e ciascuno lo tira a sè.
Come fare allora a distinguere e a trovare il popolo, questo sovrano prigioniero di cui tutti si dicono paladini? Liberiamoci, per prima cosa, dalla retorica che appanna.

Attraverso la porta di Gide

Ho ripreso in mano stamattina “L’immoraliste” di  André Gide  autore che amo e che sto rileggendo, in parte, in francese, godimento più alto. Mi è sembrato più bello e più attuale nella crudezza con cui affronta temi che ci appartengono: libertà, responsabiltà,verità, non verità, l’egoismo fino all’estremo per tentare di ritrovare se stessi, di cui il protagonista, Michel, è esempio a metà fra la consapevolezza ed una sorta di dimensione istintiva pre-coscienziale.
Ho pensato anche che a furia di chiuderci a chiave per proteggerci nei nostri dolori, rischiamo poi di non ritrovarci e Gide cade a proposito nell'”incipit” della “Porte etroite” che riporto in italiano:
“Qualcuno avrebbe potuto farne un libro; ma la storia che vi racconto, io l’ho vissuta con tutto me stesso, fino a consumarmi. Scriverò dunque con semplicità i miei ricordi senza ricorrere a invenzioni per riunirli o rappezzarli quando mi appariranno incompleti; tale sforzo falserebbe l’ultimo piacere che spero di trovare nel loro racconto”. E nella vita, si può aggiungere.

Catalogna infinita

Da  due giorni ormai “alea iacta est” in Catalogna. Il parlamento catalano ha approvato la risoluzione indipendentista che apre un “processo costituente per costituirsi come Repubblica catalana,come Stato indipenente e sovrano(…)”, con 70 voti a favore, 10 contrari e due schede bianche. Intanto il governo Rajoy ha ottenuto dal Senato l’autorizzazione ad applicare per la Catalogna l’art. 155 della Costituzione per la destituzione del governo della Generalidad catalana, con l’obiettivo di indire elezioni entro sei mesi: un’estrema e radicale contrapposizione che non poteva che dare questo esito. La politica di solito deve tessere, qui in questo caso, si è fatto il lavoro inverso.
La Catalogna sembra avere perseguito la politica del peggio e l’Europa procede da un fallimento ad un altro.

La fiaccola di Hegel

Tornare ad Hegel?
Lo spirito governa il mondo, pensava Hegel. La storia cioè è per lui opera dello spirito oggettivo, l’Assoluto che quindi non può che agire attraverso Ragione e pertanto anche, anzi, solo attraverso un percorso complicato in cui sembra prevalere il male, prepara invece l’avvento del bene, in un continuo movimento dialettico che dà conto del mutamento. Con questo egli schiude veramente le porte di una modernità piena nella riflessione occientale e costruisce la sua filosofia della storia, un prezioso grimaldello da cui nasceranno le varie e opposte visioni e intepretazioni del reale.
Allora riflettevo che dentro queste nostre attuali miserie forse dobbiamo tornare alla fiaccola di Hegel…

L’ussaro Rajoy

Rilessioni su un personsggio in cerca di gloria e di identità

Scena: Spagna- Catalogna.
Rajoy l’ussaro, come oggi lo definisce “Le Monde” non senza qualche ragione, personaggio enigmatico: sprovvisto di carisma ma tenace nell’attraversare le tempeste, amato da alcuni, detestato da altri. Ha nel tempo strategia lenta di chi attende che gli eventi si realizzino, che il tempo fili la sua tela,forse spera che l’avversario desista, sfiancato, ma nel frattempo non usa gli attrezzi della politica alta, piuttosto tende la corda fino a quando prima del muro, dà lo strappo finale. Lo stato nazionale va preservato, e questo è un principio, ma in altro modo, evitando di arrivare sull’orlo del burrone. Così non è stato.
Ci si chiede a questo punto da parte di molti se egli abbia fatto crescere l’indipendentismo catalano, nel tempo, per assenza di capacità, di determinazione (doti indispensabili ad un vero leader politico) o se invece, diabolicamente, abbia soffiato sul nazionalismo catalano per privare le istanze indipendentiste, la richiesta di spazi per una identità catalana dentro la nazione Spagna, di qualunque legittimità accettabile, al fine di poterle neutralizzare e cancellare. Forse sono avvenute entrambe le cose col risultato di fratture profonde, ora difficilmente sanabili, della realtà della Spagna come Stato e della società nelle sue articolazioni.