Presidenziali francesi: sfida finale

Il confronto finale di ieri sera, fra E.Macron e M. Le Pen, prima del voto di domenica, si è svolto in un clima teso, rissoso in certi passaggi in cui i due candidati hanno smesso il “bon ton”, andando allo scontro e cercando di sopravanzare l’avversario. Questo non impedisce però di cogliere alcune differenze:
Macron ha mantenuto un profilo più contenuto e lucido, rassicurante, mettendo in difficoltà la Le Pen soprattutto sul problema dell’uscita dall’euro( sul quale lei farfugliava cose contraddittorie),usando l’ironia ( “Madame Le Pen, les Français meritent mieux que çela!”) e riportandola alla sua veste di pericolosa espressione della destra estrema francese. E’apparso dunque come un garante della democrazia.

M. Le Pen ha usato spesso l’insulto, ha interrotto spesso l’avversario, lo ha accusato di essere “soumis au fondamentalisme islamiste” e prono agli interessi della Germania e alle politiche della Merkel, quindi contro gli interessi della patria Francia, come fosse un emissario dello straniero.”La France sera dirigée par une femme: ce sera moi ou Mme Merkel” ha scandito con tono aggressivo e sprezzante.

Complessivamente Marine Le Pen ha mostrato il volto duro, xenofobo, intransigente che aveva cercato di attenuare negli ultimi mesi, ha ripreso isuo vero registro,  un volto che inquieta. Aspettiamo domenica. Intanto, come ha, con felice espressione, detto J.L.Melenchon, pur senza dare esplicite indicazioni di voto, occorre che i Francesi non si astengano dal votare, non annullino la scheda, ma vadano a votare: “Votez avec des gants,mais votez!”

Francia: primo turno, prima sfida

Si sono svolte ieri in Francia le primarie della gauche per la designazione del candidato alle prossime presidenziali di Aprile e l’atmosfera è apparsa subito surriscaldata in un contesto politico fra i più complicati. Sono molto lontani gli anni in cui F.  Mitterrand tesseva la sua tela per la scalata all’Eliseo e nell’81 poneva la sua candidatura come candidato unico della sinistra, con l’appoggio anche del PCF, sconfiggeva la destra di Giscard d’Estaing e diventava Presidente della Repubblica. Ora lo scenario è diverso e sembra di essere atterrati in una terra caotica, di pensiero e respiro spezzati: la presidenza del socialista  F. Hollande si chiude con un fallimento e le promesse del famoso discorso del Bourget, con cui egli aveva per un momento infiammato cuori e consensi, non solo a sinistra, dopo il quinquennato del”bonapartista” Sarkozy, sono svanite già a partire dai primi mesi del suo mandato. Hollande ha toccato le punte più basse negli indici di gradimento dei francesi  fra i presidenti della V Repubblica (un triste primato!) e si è risolto a non presentare la sua ricandidatura  e quindi a rinunciare ad un secondo mandato, cosa mai avvenuta nella storia della V Repubblica.

Il Ps è arrivato a queste primarie in crisi, diviso, avendo di fronte  due avversari ugualmente agguerriti: la destra dei Rèpublicains che ha designato, con primarie solide e senza incertezze, Fillon, espressione di una destra neogollista,  rassicurante, legato alla Francia profonda e cattolica;  l’estrema destra del FN di Marine le Pen, espressione di un populismo agguerrito e accattivante,  leader moderna, un bastione di difesa per i francesi de souche, che si batte più di altri per la “sovranità” della Francia e dice di combattere l’islam perchè è  laicamente repubblicana, favorita finora nei sondaggi ad accedere al secondo turno delle presidenziali. In questa situazione la sinistra è arrivata in ordine sparso, ahimè, con ben 7 candidati alle primarie. Fra i tre più présidentiables, Valls, Hamon e Montebourg, si è svolta la vera sfida che ha reso ancor più palpabile la lacerazione interna al PS, la contrapposizione fra la sinistra del partito (di cui Hamon e Montebourg sono espressione) e la destra di esso, rappresentata da Valls, primo ministro uscente nella presidenza Hollande.

Il risultato di ieri sera non lascia sorpresi ma pone comunque dei problemi. Valls sperava nella vittoria, dimessosi anche da primo ministro per avere le mani libere e riformulare un programma e un’immagine che facessero dimenticare le sue scelte nel tandem con  Hollande su immigrazione, sicurezza, legge sul lavoro, tutte nel segno di politiche neoliberali e con inclinazione populista. Non ce l’ha fatta  fermandosi al 32%circa dei voti; e a poco è valso il suo appello all’unità della gauche; gli elettori hanno penalizzato l’uomo- chiave del presidente Hollande. Hamon, l’eterno minoritario nel partito, esponente dei frondeurs, coraggioso ministro sotto Hollande, dimessosi per divergenze insanabili, ha raggiunto  invece il 36% circa ed è il favorito. Momtebourg, l’intellettuale sottile, anch’egli ministro dimissionario,  si è fermato al 18% circa, ma ha subito dichiarato di far convergere i suoi voti su Hamont, fra una settimana, al secondo turno di queste roventi primarie. Tre cose soprattutto emergono: 1) adesso la partita è ancora da definire ma Valls deve compiere una strada di ripida ed incerta salita; 2) il PS non può più nascondere la sua sofferenza eil suo sfilacciamento,  e dovrebbe trarre lezione da questo segnale chiaro dei suoi elettori; 3) i francesi sono stanchi e demotivati, la loro disaffezione verso i politici sembra aumentare; infatti l’afflusso dei votanti a queste primarie è significativamente inferiore a quello del 2011.

Senza forzare, non sono poche, mi pare, le analogie con la situazione della sinistra italiana, dove non siamo messi meglio.Occorre probabilmente un leader di qualità che riappassioni ed abbia un serio progetto, che sappia riportare  gli individui nella sfera della politica, croce e delizia dell’uomo moderno.Quindi croisons les doigts aspettando il secondo turno e poi le elezioni presidenziali a primavera. E con un occhio all’Italia!

Morte di Fidel

Fidel Castro se n’è andato qualche giorno fa. L’ho appreso  di mattina presto sui giornali online e  mi sono fermata a leggere  le prime notizie che rimbalzavano  ed i titoli dei vari quotidiani con un ritmo che non mi è proprio, avidamente, fulmineamente, quasi volessi tenere a bada lo stupore, o l’emozione, non so ben dire. Certo mi sentivo toccata e non poteva essere altrimenti  per una della mia generazione che a vent’anni era cresciuta nel mito del rivoluzionario cubano, l’uomo giovane e spericolato che assieme a Che  Guevara e a pochi altri aveva liberato Cuba dalla dittatura  di Fulgenzio Batista, sfidando gli Stati Uniti e l’ordine mondiale da essi garantito ed imposto ed immaginando per la sua terra un destino diverso, la rivoluzione socialista. Un’intera stagione politica, e non solo per noi giovani  estremisti inquieti, ma per molta parte della sinistra intellettuale e politica europea, si era dipanata guardando all’esperienza cubana come ad una via diversa ed originale per battere il capitalismo e le sue ingiustizie. ” Cuba è all’avanguardia!”si gridava nei cortei e si scriveva anche in molta saggistica che pensava di trarre dall’America latina  nuova linfa  per rinverdire l’ideologia e la speranza. A Cuba era stato diverso,non era la via sovietica ,si diceva.

Poi gli anni sono passati, molte utopie sono cadute. Che Guevara lascia presto il governo sorto dalla rivoluzione, prende una strada diversa ed inizia  la sua solitaria impresa con l’idea forte di risvegliare e liberare altri paesi dell’America latina; verrà ucciso in Bolivia nel1967. E tutti lo piansero quel rivoluzionrio puro!  Fidel Castro  comincia a  consolidare il suo progetto ed il suo potere a Cuba, ma a prezzo di molte rinuncie e deviazioni dal progetto iniziale, dall’idea trascinante di una comunità culturale e spirituale autonoma per la sua terra prima oppressa. Cuba era ( ed è) troppo importante, per la sua posizione geografica, agli occhi dell’America e dell’ Unione Sovietica (oggi Russia) ed era come presa in trappola: l’embargo americano la vessava, privandola delle risorse essenziali, affamandola e l’Unione sovietica di Kruscev e Breznev elargiva consistenti aiuti ma imponendo scelte precise in politica economica, per esempio, e quindi condizionando il modello di sviluppo dell’isola che rimase legato prevalentemente alla coltura della canna da zucchero. Questo insieme di cose,  le enormi difficoltà   nelle quali si mosse il governo di Castro sin dagli inizi, sono  stati certamente un elemento che ha favorito nel tempo l’instaurarsi di un regime  autoritario; la richiesta di sforzi enormi al popolo cubano, per realizzare gli obiettivi prefissati in una situazione di scarsezza di risorse, ha comportato forme sempre più rigide di controllo del dissenso, la “necessità” per il presidente Castro di affermare una leadership incontrastata all’insegna dell’unanimismo. La rivoluzione castrista ha relizzato l’istruzione per tutti a  e la sanità efficiente in un paese abbandonato prima al sottosviluppo; ma  alla fine la negazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali sono calati come un uragano a travolgere l’idea iniziale della comunità di popolo ed il progetto di riscatto, l’una e l’altra   apprese da Fidel non solo nel suo apprendistato marxista, ma forse ancor prima nel suo  percorso  formativo presso i Gesuiti  dove aveva compiuto i i suoi studi.   Il suo anticapitalismo si nutriva, credo, di ben altro che non l’ideologia marxista e la sua tensione verso una comunità lontana e depurata dagli eccessi del materialismo/consumismo  del modello capitalistico aveva sicuramente una radice  nella cultura gesuitica. Rimane comunque ancora da decifrare ed analizzare  la tela di una storia personale e politica  fra le più complesse del ‘900, che il il lìder maximo ha incarnato munito di un carisma  e di una determinazione indicutibili.

La caduta di un sogno dunque, o la trasformazione degli ideali del castrismo originario fagocitati dalla ragion di Stato o dalla “brama di potere”che, come B. Russel ci ricorda, è molla eterna nell’agire umano? Non sappiamo, non possiamo dirlo, ma forse  tutte queste cose insieme. Il tenace Comandante se n’è andato senza abiure e cedimenti, legato ad un modello passato, non più realizzabile nella realtà globale, capo romantico e dittatore insieme,  un trascinatore, un sovrano assoluto, un innovatore caduto, come spesso avviene per coloro che hanno  cambiato il corso della sroria: sbagliando anche, ma avendo tentato l’impresa.

Il terremoto Trump: cronaca di una vittoria non annunciata

L’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca ha avuto nel suo primo impatto dell’incredibile, qualcosa di non previsto, facendo subito lo sberleffo a sondaggisti, esperti e maghi delle fluttuazioni elettorali. In effetti però le ragioni di questa vittoria ribollivano sotto traccia (e neppure troppo in profondità) nella società americana da molto tempo, come avviene appunto per i terremoti o le eruzioni vulcaniche che si preparano sotto la crosta terrestre fino ad esplodere violentemente, all’improvviso! Anche il mare apparentemente calmo in superficie spesso nasconde nelle sue profondità sommovimenti e travagli che poi sfoceranno in tempesta; tanto che un uomo che di politica e di rapporto con le masse se ne intendeva, come Charles De Gaulle, riferendosi al popolo, di cui il leader deve interpretare gli umori ed i bisogni per fare grande un paese, lo paragonava al mare che deve essere conosciuto “dans ses profondeurs” andando sotto la superficie dell’acqua ed esplorandone i turbamenti. Così è stato dell’America in queste presidenziali.

La candidata democratica Hillary Clinton aveva in apparenza tutte le carte per vincere: provata esperienza, varie cariche di prestigio ricoperte, l’appoggio del suo partito e del presidente uscente, legami forti con gli ambienti che contano, non ultimo il fatto di essere la prima donna a tentare la scalata alla presidenza degli Stati Uniti. Ma il rovescio di tutto ciò era un forte legame con i potentati economico-finanziari ed una certa usura di immagine che la faceva percepire come il simbolo della politica tradizionale, vecchia nei modi e nelle pratiche. Inoltre la variabile di genere, chance importante, è stata quasi sottaciuta e messa in ombra, laddove poteva invece attirare cospicue fasce di elettrici/elettori.  E del resto la storia e l’immagine della Clinton si sono mostrate appiattite su un modello “maschile”, essendo il risultato di un cursus honorum in cui non emergevano un’identità fortemente al femminile  e una folata di rinnovamento. Per contro il candidato repubblicano, un magnate discusso, borioso e spettacolare, senza apprendistato politico, di modi spicci e un po’ rodomonteschi, che parla la lingua dell’anticultura, che sembrava dovesse arrancare, ha invece ben capito, rappresentato e catturato il disagio, la delusione  di una maggioranza dei cittadini americani, entrando in sintonia con essi e dando voce alle loro aspirazioni su almeno quattro punti: la stanchezza verso la politica di sempre e le sue consolidate pratiche di potere; la voglia comunque di sperimentare il nuovo, un altro modo di leggere e rappresentare la realtà della crisi; il rifiuto di una immigrazione verso la quale l’insofferenza sociale è montata nel tempo, pur in un paese multietnico; l’esigenza di una nuova “epopea americana” che la presidenza Obama aveva piegato su un registro non gradito all’America profonda, conservatrice, di razza bianca. E’ come se vi sia stato un effetto contraccolpo dopo Obama, come avviene per chi inesperto, spara per la prima volta e viene ricacciato all’indietro non reggendo all’urto del fucile.

C’erano quindi le condizioni, molte, nella società statunitense, perché si facesse strada un leader che spingeva la contestazione  un passo più in là, poco importava se sessista ed evasore fiscale, usando un repertorio già sperimentato in altri paesi con successo ed utilizzando strumenti e strategie che possono assimilarsi a quelle dei movimenti e partiti populisti variamente sviluppatisi in Europa negli ultimi decenni. Certo il populismo americano è altra cosa; nelle sue origini  a fine Ottocento, non aveva carattere autoritario, come ha di recente osservato Nadia Urbinati. Tuttavia credo si possano rintracciare molti elementi populisti nella campagna elettorale di Trump, nei riferimenti, nella visione delle cose che hanno costruito il suo universo simbolico e di proposte politiche concrete di politica interna ed estera. Ora aspettiamo che governi. Certo lui non metterà mano alla Costituzione, ma anche in Francia nessuna delle forze populiste si sogna di farlo perché è saldo lì il mito della République, cui anche Marine Le Pen, a differenza del padre, si richiama esaltandone la laicità in funzione anti islamica. Quello che emerge come dato incontrovertibile, e su cui è bene riflettere, è la inadeguatezza dei partiti tradizionali a raccogliere e selezionare le domande della società, della gente comune, per  trasmetterle al sistema e trasformarle in risposte politiche; ciò che è venuto meno nelle democrazie occidentali è la presenza e l’efficacia di strutture di intermediazione, dei corpi intermedi che prima provvedevano virtuosamente al raccordo fra società ed istituzioni. E’ un po’ come dire che in un’orchestra mancano le prime voci, violini e pianoforte sul cui corpo musicale si innestano ad incastro, per comporre l’armonia, gli altri strumenti. Il risultato delle presidenziali americane conferma la tendenza a quella che potremmo definire una droitisation del mondo nell’area vasta delle democrazie occidentali dove  i partiti democratici e socialisti non hanno saputo cogliere il disagio crescente delle classi medie, né le richieste delle classi popolari, lascando quindi vuoto uno spazio elettorale e politico  proprio nei milieu  di loro tradizionale e naturale appartenenza.  L’altra cosa che  queste presidenziali  hanno confermato è che iI modello bipolare  non regge più, è con ogni evidenza in crisi come dimostrano il caso francese, quello italiano, quello spagnolo per non citare che solo qualche esempio. In ciascuna di queste realtà  infatti, con differenze naturali ed inevitabili, i partiti tradizionali di destra e di sinistra hanno perso molta parte della loro capacità di rappresentanza e quindi della loro presa elettorale, a vantaggio di partiti e forze politiche che si presentano come “innovativi”, unici soggetti  capaci  di essere all’ascolto della società e di garantire un rapporto governanti-governati o con l’appello diretto al popolo o immaginando altre forme di intermediazione.

Nuit debout et…jour aussi

La Francia vive giorni difficili e caldi, nonostante il freddo e la pioggia delle scorse settimane, una primavera rovente e i mesi drammatici del dopo- attentati. I francesi sono pessimisti per natura, lo sa tutto il mondo, e una certa cultura del “déclinisme” si ripresenta ciclicamente, quasi un “mal de vivre” sociale, aprendo le porte spesso a” leader” e partiti di destra estrema e moderata che chiudono le porte al nuovo, chiudono gli occhi sui cambiamenti,   e sono capaci di chiamare a raccolta con la promessa di una  società ordinata, ripulita dagli immigrati, in marcia verso un futuro radioso, offrendo  ordine e sicurezza ai cittadini smarriti. Certo hanno di che lamentarsi e dolersi i cugini francesi, presi di mira più di altri dal terrorismo, in preda ad una crisi più acuta di quelle passate, con un governo e una presidenza socialisti che hanno subito imboccato la via di politiche neo-liberali in economia, come nell’ambito culturale e delle riforme sociali, spezzando le naturali speranze di un mutamento, con l’arrivo di Hollande presidente.

In effetti però (sembra quasi un paradosso) i francesi  come collettività sono anche per tradizione portati a reagire, ad agire per cambiare le cose, temprati da più di due secoli di fratture, rivolgimenti , rivoluzioni e restaurazioni che ne hanno determinato la storia. La Francia conserva infatti un istinto libertario, a volte anarchico, anche se mescolato ed alternato a propensioni per l’uomo forte, per converso; noi italiani abbiamo invece la seconda di queste caratteristiche, per storia e per cultura; la prima, quella che rende reattiva una società, ci manca, ci fa difetto e quindi procediamo, “comme les moutons”… Insomma la Francia è in piazza da due mesi contro la riforma della legge sul lavoro e noi  siamo stati e restiamo rintanati  nel nostro”particulare”! La società francese ha voluto ad un certo punto dire basta e soprattutto ha voluto segnare con matita robusta un punto preciso  nella complicata e deludente mappa della geopolitica nazionale, per spezzare il silenzio e l’inerzia. I sindacati, la CGT innanzitutto, hanno proclamato e portano avanti lo sciopero ad oltranza soprattutto nel settore dei trasporti. I  giovani, dal canto loro, hanno cominciato a pensare che occorreva discutere, confrontarsi, non tornare nel chiuso delle loro case, la sera: è nato così “Nuit debout”, movimento spontaneo che esprime il loro disagio, la voglia di stare insieme, di interrogarsi sui problemi del paese, sui loro problemi, di non farsi ingoiare dalla notte e rimanere invece all’erta, anche nel freddo delle sere parigine, nella simbolica Place de la République.E poi “debout “indica intensamente lo stare in piedi, la posizione eretta,  a testa alta,non piegata, propria di chi affronta e non subisce il corso degli eventi ed è antico il suo uso nel linguaggio politico ad indicare chi padroneggia le cose. Questi giovani e meno giovani del movimento vogliono dare suono ai propri pensieri, timori, incertezze e ne chiedono conto alla politica, ai governanti, ritenendo non più sopportabile che essa, la politica, abbia abdicato alla sua sovranità, alle sue funzioni, piegandosi alle leggi esclusive dell’economia e del grande potere finanziario, privandosi di un proprio progetto.

Adesso da Parigi il movimento si è allargato ad altre città e piazze francesi portando con sè l’operosità fervida di notti insonni e moltiplicando i luoghi ed i momenti di incontro, a testimonianza che maggio è un mese propizio…  Esso comincia a preoccupare quanti gradiscono che non si bussi troppo chiassosamente alle porte del potere; è poco ideologico, non legato a  schemi o leggi di appartenenza, non esibisce certezze se non quella di spezzare il cerchio della separatezza e solità individuali che non hanno voce. E’ invece molto desideroso  di ritrovarsi,  di capire, di esercitare o forse creare insieme una nuova forma per partecipare, ascoltare e trovare risposte, cioè una veste nuova e non logora alla democrazia. Dunque la notte in piedi, senza stanchezza, per preparare il giorno che viene.

E si andava ai cortei

 Marco Pannella se n’è andato e la notizia della sua morte, in una tiepida giornata di questo maggio peraltro rovente e pieno di inquietudini, mi ha rimescolato dentro pensieri, riflessioni, passioni e propositi d’un tempo, di un’altra stagione, che si sono subito affollati tutti ugualmente impazienti di venire allo scoperto, di riprendere posto  oggi, nella nostra realtà presente, quasi volessero riprendere un cammino interrotto. Alice, mia figlia, ora a Birmingham per un soggiorno di ricerca, mi ha stimolato, mi ha frugato dentro, mi ha chiesto di raccontare con gli occhi di allora questo insolente e tenace lottatore che aveva spazzato via la polvere opaca del conformismo nell’Italia rinata e “opulenta”degli anni ’60 e ancor più in quella incupita degli anni’70 e ’80, fustigando ugualmente la classe politica al potere  e le sinistre (quella ufficiale-istituzionale e quella alternativa-rivoluzionaria) e proponendo battaglie impensabili con la sola  arma della radicalità pura e totale. Un vero uragano  nel paludato scenario della politica ben vestita, ben parlata, ben strutturata secondo tradizione secolare nell’Italia cattolica di Fanfani e Bernabei, nell’Italia dell’opposizione comunista riformatrice e gradualista, nell’Italia scontenta dei rivoluzionari alternativi, minoritari e insoddisfatti. Un vero terremoto i suoi referendum  sui temi più scottanti per ridare voce alla gente e rimettere in piedi il meccanismo della democrazia che rischiava di incepparsi; un vero spettacolo di forza civile urlata per le strade, irridente e testarda, come spesso tutte le cose liberatorie!

Così ho provato a dire ciò che Marco Pannella era ed è stato: un radicale  del pensiero e della prassi, un devoto dell’immaginazione purchè al servizio della società nelle sue difficoltà, miserie e ritardi, anche nella sue generosità e bellezze, nel suo orgoglio nascosto, nel suo bisogno di rinnovarsi, sempre in lotta col suo opposto di prudenza,  timore, conservazione. Pannella ha rappresentato tutto ciò in UNA DIMENSIONE POCO POLITICA E MOLTO LIBERTARIA, da protagonista solitario che in precisi momenti, usando i suoi talenti e molta passione, ha mobilitato le masse, la gente, per sfondare il tetto di vetro del perbenismo in una realtà, quella italiana, che poco sapeva di diritti civili e di diritti in genere, oppressa dal potere della cultura cattolica e della Chiesa cattolica  ed impigliata nella tela suadente dell’ideologia, quella comunista e  quella rivoluzionaria.

Lui non ha mai scritto, ma la prefazione al libro di Andrea Valcarenghi”Underground a pugno chiuso ( Arcana Editrice,1973), rivela una scrittura talentuosa; lui ha usato  più  la parola parlata, come ogni capo carismatico che si rispetti, e soprattutto ha usato la prassi( i digiuni, il bavaglio, l’incatenarsi), l’abusare del suo corpo fino all’impossibile perchè è nella fisicità che si esprime naturalmente e totalmente la propria volontà e la si rappresenta agli altri nel teatro della realtà. La sua resistenza non violenta poteva realizzarsi solo così e in questo per l’Italia è stato esempio solitario. Gli altri, anche radicali, hanno seguito, imitato, parlato, appunto, proclamato ma fuori dalla prassi. Lui  individuo creativo si è confrontato ed ha affrontato individui imitativi, quelli che seguono, che si adeguano, quelli che si mobilitano anche, se opportunamente guidati, ma che non farebbero mai da soli il mutamento, quindi il respiro della storia, come diceva Ortega y Gasset.

Pannella è quindi un  borghese  che vuole spostare la sfida ogni giorno un passo più in là, colto, intelligente, amante del bello, della giustizia e del libero pensiero e quindi non è rivoluzionario nel senso che questo termine ha avuto nella lotta politica e nell ‘alfabeto della sinistra. E meno male!  Per questo era scomodo, imprendibile, da tenere a bada, o da sostenere a piccole dosi,  per evitare di rimanere impigliati in qualcuna delle maglie suadenti e teglienti del suo agire. Ora tutti se ne possono per un momento appropriare ( e fanno a gara!) ed illudersi-illudere  per un attimo di essere estimatori del vero, del giusto, del buono, dell’onesto, di essere stati dalla sua parte anche se invece erano altrove ad aspettare sornioni  e prudenti che gli “eccessi” di quel predicatore bizzarro producessero qualche buon regalo per il mercato della politica in poltrona.

La recensione a Valcarenghi è perciò l’epifania del pensiero di Marco Pannella, a metà fra la lettera-confessione ad un amico, compagno amato di alcune battaglie, compagno mancato di altre che li hanno visti divisi, ma pur sempre interlocutore irrinunciabile nel filo di una storia impastata di passioni comuni. Il testo è pieno delle cose, dei fatti, dei conflitti e  contraddizioni  di quegli anni, ma anche di questi nostri così mesti, messi a fuoco dall’occhio di un protagonista fuori dai ranghi, coraggioso, anche narciso un po’ (come tutti i borghesi lo siamo) ma generosamente ed avidamente in cerca di una diversa umanità ed ansioso di cominciare ad esplorarla, anche solitario, in un’impresa impossibile, come Teseo.
Gli anni settanta: che profumo, che passioni, che conflitti, che groviglio di ricchezze, di promesse, di asprezze e delusioni, lunghe maratone  e pause brevi,tutto col cuore in gola e i piedi alati!
Dobbiamo ripensarli per rinascere un po’,  per ri-cominciare.

Di novembre con paura

Ho lasciato Parigi due settimane dopo gli attentati come si lascia una persona inferma e in pericolo, con l’animo dolente e la mente affollata da pensieri e immagini diversi: una città ferita, attonita, colpita dai terroristi nel suo corpo, nella sua anima, nella sua essenza vitale, una città che ha ripreso con fatica il ritmo quotidiano, ma appare mutilata, privata di quell’atmosfera inimitabile che da sempre le appartiene, quel misto di  solennità, leggiadria, eleganza, vivacità che l’attraversa in ogni suo angolo, dal gotico maestoso, alle piazze sconfinate, al brillio della Senna sotto le luci della sera,  all’intrigo seducente delle strade e stradine del Quartiere latino dove abito nei miei abituali soggiorni di ricerca.

Sono arrivata a metà ottobre ed il primo mese è trascorso come sempre, con  l’entusiasmo di sempre; subito un seminario importante al’Università, poi le provviste di cibo, le cose pratiche dell’inizio, le valigie disfatte ed il mio tavolo da lavoro organizzato. Ritrovavo la città di sempre, il suo grigio perlato, i comignoli che toccano il cielo, i suoi mille odori, le mostre, la musica, le tante curiosità che  la città appaga e suscita anche in chi  come me  vi trascorre lunghi periodi  ogni anno. La mattina il percorso fino a SciensesPo a piedi o in bus, attraverso i viali abbelliti dal  rossiccio autunnale, con  quei  fitti  tappeti di foglie che sembrano uscite dalla mano capricciosa di un artista; lunghe ore in Istituto a consultare libri, i colloqui con colleghi, i rendez-vous  con studiosi o personaggi utilissimi per  la ricerca; il pomeriggio a casa, sommersa da libri, articoli, documenti da leggere, chiosare, confrontare, con un lavoro paziente ma trascinante tutte le volte che un’idea, un’intuizione, un’ipotesi, prima imprecisate, all’improvviso diventano chiare, logicamente sostenibili ed in accordo con la realtà, con i  fenomeni, con i fatti che si stanno indagando.

Così è trascorso il primo mese, un tempo denso e produttivo per me, ma con una sensazione in sottofondo di un clima pesante, diverso, in un’atmosfera appannata, in una città provata da un crisi che non risparmia neppure economie e società più solide di quella italiana. Per strada la gente mi appariva a testa bassa, come assorta in pensieri e problemi incombenti, rassegnata e incupita. La politica della Francia e la sua “grandeur”logorate ogni giorno di più e la vita politica segnata da contraddizioni e conflitti aspri e logoranti: l’estrema destra di Marine Le Pen in ascesa, la destra di Sarkozy radicalizzata, il presidente socialista Hollande al suo minimo di gradimento ed i socialisti in caduta, presi in trappola,  divisi fra l’obbligo del sostegno alle politiche neoliberali del governo e la volontà di mantenere i legami con la propria storia ed identità. La sede del PS, a Rue Solferino, ha esibito a lungo sulla sua facciata un pannello con le parole e gli slogans di una volta, la politica solidale con le classi popolari, i problemi del lavoro e quant’altro come prioritari ; il governo socialista a Matignon invece mette in cantiere e perfeziona politiche economiche e culturali di chiaro stampo neoliberale! Una vera scissione dell’anima del partito, un caso di patologia schizoide in politica, o un modo di cercare di far coesistere cose diverse per non continuare a perdere consensi.

Venerdì 13 novembre era una serata mite, una di quelle che invitano a stare fuori, a sostare nei caffè,a curiosare nelle bancarelle dei “buquinistes” sui lungo-Senna. Sono stata a cinema con Laura, una storica sarda mia amica,  a vedere un film sulla storia del Louvre sotto l’occupazione nazista, un racconto intenso e appassionante di come si siano salvate tante opere d’arte, di come si possa e debba preservare la civiltà e la sua storia, un racconto istruttivo e ricco di poesia. Abbiamo sorseggiato un martini in un caffè all’aperto, sotto casa, con la luna che danzava fra grappoli di nuvole ma riappariva sempre quasi per scommessa. Siamo tornate acasa, lei è venuta con me  e abbiamo acceso la tv : c’erano stati degli spari davanti allo Stadio di Francia e poi altri in altri luoghi, a République, a Saint Denis ed in altri posti ancora.. Le notizie prima incerte, divenivano via via più precise. Al Bataclan, grande teatro per concerti, c’erano tante, tantissime vittime: una strage,un massacro, i terroristi dell’ISIS, di Daech (come vengono chiamati in Francia) avevano colpito di nuovo alla cieca e stavolta con attacchi simultanei e dstruttivi, in varie zone della città! Le immagini, scorrevano vorticosamente, drammatiche, terribili: polizia, soccorsi, gente in fuga, occhi smarriti, facce sconvolte, centinaia di morti e di feriti, una paura muta in quel marasma dove si distinguevano solo le sirene urlanti e le voci dei telecronisti. Eravamo sconvolte, mi sembrava un incubo, ma era così, era vero. Una città simbolo colpita e tante altre città nel mirino del terrore; l’immagine della realtà era come rattrappita e dilatata appariva quella stravolta e piegata dagli attentati! Difficile tenere saldi i nervi e lucida la mente.

Il tempo sembrava si fosse arrestato lì  in quel presente tragico, insanguinato, senza un senso possibile e non c’erano nè un prima nè un dopo; il tempo non contava più per centinaia di persone.  A notte fonda la luna era sparita nel cielo greve e, nel buio, bisognava aspettare l’alba e cominciare a capire.

La scuola riformata

La riforma della scuola è passata al Senato con la procedura ormai consueta del voto di fiducia posta dal governo, quasi che il Parlamento per funzionare debba essere legato, vincolato e soprattutto privato di una delle sue funzioni vitali: quella di fare le leggi e di approvarle,  o meno, secondo le dinamiche proprie del sistema democratico. In Italia, e non solo, in questo momento non funziona così. Abbiamo un governo del Pd seppure con alleanze e sostegni stridenti, un partito di sinistra alleato con un partito di destra e ciascuno dei due “leader” ripete ogni giorno che il proprio programma viene realizzato,si mostra soddisfatto e racconta al grande pubblico degli elettori, alla gente, la propria realtà proponendo una personificazione dell’ossimoro (di grande smalto come figura retorica!) che neppure il teatro di Beckett ha forse mai messo in scena.

Sta di fatto che le riforme urgenti, vitali, costituzionali e non, materia delicata per la quale la condivisione, il confronto e il libero dibattito sono come l’acqua nelle giornate di torrida calura, vengono fatte a colpi di voto di fiducia ed il parlamento approva. E’ spirito di amor patrio (tanto di moda in questi ultimi anni!), è senso dello Stato, è spirito di servizio, o non piuttosto lo strumento con cui una classe politica si autotutela, si mette al riparo da possibili scivoloni, mette in atto comportamenti di autoconservazione, secondo una regola classica del potere che tende comunque, e spesso  con vista corta, a perennizzarsi? E’ lecito e doveroso porsi questo interrogativo, come molti altri che riguardano le scelte fatte da questo governo nel confezionare il suo “miracoloso” pacchetto di riforme, numerosi “dossier” aperti, messi bene in mostra sul tavolo delle mercanzie da proporre nel mercato della politica con l’idea martellante di cambiare l’Italia. Certo l’Italia va cambiata, aiutata a diventare più competitiva, ha in effetti bisogno di molte cose a cominciare dal LAVORO, da una seria politica PER LUNIVERSITà E LA RICERCA, DALLA SCUOLA appunto. Ma con quale progetto, da quale punto di vista, con quale visione della società e dei suoi bisogni prioritari ed in riferimento a quali interessi e domande che da essa provengono?

La riforma della scuola per una “buona scuola”è un pasticcio; dietro il linguaggio altisonante di alcuni suoi articoli cela la pochezza del progetto o la sua assenza riproponendo vecchie cose, una specie di “marché des dupes”: organismi collegiali, autonomia (concetto usato tanto più quanto più è svuotato), rinnovamento e compagnia retoricando. Su tutto poi campeggia il super dirigente, il preside arbitro delle assunzioni, una sorta di moderno Minosse che decide sorti e sentenze”secondo ch’avvinghia”( la sua coda), acquattato davanti alla porta  che conduce ai disperati, ai precari, ad una popolosa categoria, quella degli insegnanti, che non ha mai trovato l’autore giusto, dimenandosi fra ansia legittima di prestigio e rinnovamento e tentazioni da piccola corporazione.

La riforma della “buona scuola” mortifica la scuola pubblica e rinsalda lo status di quella privata (per i rampolli lustri di borghesia di toga e d’accatto),  chiude gli occhi sulle strutture che mancano, che cadono giù a pezzi, forse immaginando una novella scuola peripatetica, all’aperto, sotto il cielo sempiazzurro che Dio ci ha dato, con al posto dei gessetti, i virgulti raccolti nella campagna, al posto di tutti i supporti didattici adeguati, il fai-da- te quotidiano di molti insegnanti che si arrabbattano.

A quale Italia servono questa scuola, la legge sul lavoro (Jobs Act è più elegante, anche più criptico, come il latino di Don Abbondio per il povero RenzoTramaglino), la riforma elettorale, quella del Senato nelle quali si è impigliata come su rovi pungenti e dannosi la libera competizione elettorale per la libera scelta dei cittadini? Non certo all’Italia del cambiamento reale, della speranza autentica, quella operosa e dignitosa,quella che ogni giorno inventa la propria vita sul filo della necessità o dell’incertezza, quella dei giovani istruiti, laureati e spaesati, quella che chiede meno diseguaglianze, meno sprechi, più diritti ed una piena cittadinanza declinata al plurale: per le donne, le diverse etnie,  culture, religioni, nel rispetto dell’alterità.

Chi ha paura degli uomini in cammino

La tragedia di pochi giorni fa nellle acque del Canale di Sicilia, ripropone,  dopo  pochi mesi dalle precedenti, il problema cruciale, anzi, la realtà drammatica degli sbarchi sulle coste italiane di migliaia di immigrati. Quella dell’immigrazione è dunque una realtà cui dare risposte, non tanto un tema caldo o appassionante per dibattiti, scontri, confronti ed altre amenità televisive di propaganda o campagna elettorale. Sono del resto vent’anni, almeno, che barconi stracarichi e malmessi viaggiano dalle coste africane verso la ricca e sognata Europa, pieni di uomini e donne che fuggono dalla miseria, dalle guerre, dalla dittatura, da una realtà insostenibile e disumana che li induce a fuggire, a cercare un “altrove”, a tentare di dare una svolta ad una vita non più sopportabile. E sono quindi disposti a tutto.  Il loro bisogno ed il loro sogno si infrangono però contro due ostacoli insormontabili, pare, come le onde e i gorghi spaventosi che spesso li inghiottono: i mercanti di uomini, scafisti voraci e  ben organizzati e il problema dell’accoglienza, le “ragioni di stato” dei paesi europei coinvolti da questo esodo.

Le immagini di questa umanità dolente, vessata, impotente, armata solo dell’anelito a vivere, sono disumane, indicibili; esse  bussano forte alle porte delle nostre coscienze di occidentali “progrediti” e progressisti, nutriti da qualche secolo di democrazia, ben lavati, acconciati e levigati nel corpo, affinati nella mente, nella retorica, nell’arte del dissimulare come in quella del proclamare, rimanendo sempre distanti dall’essenza dei probemi, del problema. La società europea, i cittadini europei nella loro maggioranza, hanno sicuramente forte spirito democratico, coltivano la solidarietà e sono propensi all’apertura; una parte di essi però, non piccola, è rinserrata nella difesa del “sè”, delle certezze, dei privilegi, piccoli o grandi che siano, non ama il diverso ed il confronto con esso, diffida dello straniero, o peggio è xenofoba,  è ferocemente attaccata  alle propri cose e non vule intrusi nella propria banale rassicurante quotidianità. La versione più colta di ciò poggia sull’affermazione dell’identità di un paese, di una nazione da difendere, dimenticando due cose: 1) che l’identità non è definita una volta per sempre, ma si costruisce e dunque muta ( chi la difende così non la possiede o teme per un’identità fragile), come dimostra la storia delle società, degli Stati e degli individui; 2) che l’idea di nazione e la forte identità di esse sono state delle “finzioni creatrici” necessarie al  nascere delle nazioni, due secoli fa, utili per il loro sviluppo ma non più riproponibili in una realtà storica e politica così diversa come quella attuale del “mondo globale”.

E l’Europa, l’Unione Europea cosa fanno, cosa propongono, quali oneri si assumono di fronte ad un probema di questa proporzioni? La riunione dei capi di Stato  di ieri a Bruxelles, convocata d’urgenza, non ha segnato una svolta nella politica europea ma ha riproposto lo stile delle grandi burocrazie  politiche: presa d’atto della tragedia, un minuto di silenzio per le centinaia vittime, belle parole spese  senza risparmio, stanziamento di maggiori fondi per la missione Triton, ma niente, proprio niente sull’accoglienza: i leader europei sono stati concordi nell’escludere un impegno per l’accoglienza, nei rispettivi paesi, di una parte degli immgrati, di questi uomini e donne che a migliaia chiedono asilo. L’Italia che è porta del Mediterraneo li accoglie, li prende sulle coste appena sbarcano, ma non può da sola risolvere il problema. L’Italia è parte di un sistema che deve dare risposte, ma non sappiamo quali. Siamo impigliati in una rete  di interessi radicati, di veti, di “diktat” indiscussi, di principi assodati, di scelte politiche accettate e mai poste in discussione; siamo immobili ed indifferenti ed ognuno ripete la propria giaculatoria. Ma anche le regole e le leggi cambiano e possono cambiare col mutare della realtà.

E se ci ponessimo il problema di aprire le frontiere?  Non è una proposta provocatoria, ma un modo di ribaltare la questione e partire da basi diverse. Infatti è singolare che in una realtà globalizzata in cui circolano liberamente le merci e i capitali, nella società degli scambi internazionali ed intercontinentali, non possano circolare liberamente gli uomini, gli abitanti eletti del pianeta. Considerare tale ipotesi non è bizzarro o semplicistico; é colpevole invece scartarla o tacerla. Infatti un gruppo di studiosi, e ricercatori di prestigio della Maison des Siences de l’Homme (MSH)  di Parigi lavora da tempo a questa ipotesi e al fatto che l’apertura delle frontiere non è solo l’affermazione astratta di un principio, ma potrebbe rappresentare uno strumento adeguato di accoglienza e regolamentazione dell’immigrazione, a costi minori e sostenibili ed evitando questa nuova tratta degli uomini  che ormai da anni si è avviata. Liberalizzare e regolamentare adeguatamente, quindi. Ma nessuno ne parla quì in Italia e forse altrove; si parla d’altro; i politici  scrivono il libro delle belle intenzioni, o cercano soluzioni  improponibili, i media ci raccontano di questo immenso dolore, di queta umanità  sofferente e ci rappresentano anche con impegno e passione, a volte, la “banalità del male”. E poi le luci si spengono e giungono l’oblio e il silenzio.

Il nostro capo del governo, Renzi, ha dicharato oggi che la riunione dei “leader” europei di ieri ha fatto “un gigantesco passo avanti” e si dichiara fiducioso e soddisfatto. Forse non lo sa, ma si vede che è un parmenideo!

La strada per l’Eliseo

Le elezioni dipartimentali francesi si sono concluse con la vittoria di N. Sarkozy, una ottima affermazione del FN di Marine Le Pen e “la debacle” del PS, partito di governo che perde circa la metà dei dipartimenti prima governati. Si aprono pertanto per la Francia scenari interessanti, ma soprattutto incerti e complicati in un contesto politico attraversato da varie contrastanti pulsioni. La presidenza Hollande ha profondamente deluso i fancesi e il PS è alla sbarra, disorientato e, come qualcuno ha detto, alla ricerca degli elettori perduti; il FN ha raggiunto l’obiettivo  di base prefissatosi, ossia confermare il risultato delle europee, ma non è andato oltre mancando il traguardo agognato di diventare il primo partito perchè sulla sua strada è tornato l’abile “rassembleur” Sarkozy che, pur alleandosi con una forza di centro, l’UDI, ha saputo comunque attirare una parte dell’elettorato della destra estrema alle cui paure e pulsioni antislamiche, come pure al diffuso sentimento di “francesitudine”  ha saputo offrire un rassicurante ancoraggio.

La partita dunque appare  ancora solo iniziata e in qualche modo aperta ad esiti diversi; alle elezioni presidenziali mancano ancora due anni, un tempo lungo nel  quale molte cose possono cambiare, sia relativamente ai singoli protagonisti della competizione, sia nel contesto sociopolitico francese ed europeo.Quail sono le incognite o meglio, le variabili  da tenere presenti  nei tre partiti in campo?

Nell’UMP, come sappiamo, convivono sia pure con punte di aspra conflittualità, diverse anime, da quella neogoliista a quella dei moderati padri fondatori del partito,a quella più “droitiste” e, parallelamente, sono diversi i potenziali candidati nella corsa alle presidenziali che contendono la leadership all’abile Sarkozy, da  Alain Juppé a  Bruno Le Maire. Non è facile pertanto che si ripeta la condizione del 2007 quando Sarkozy fu unico candidato del suo partito. Il FN di Marine Le Pen non ha il problema di una leadership contesa al suo interno, data la natura e la tradizione del partito fortemente coeso attorno all suo capo (non dimentichiamo che J. M. Le Pen, padre della attuale leader, è rimasto capo indiscusso per circa 40 anni); il partito ha inoltre imboccato la strada vincente della politica sul  e del territorio con un conseguente forte radicamento locale ed ha ampliato le zone e la composizione del proprio elettorato, attraverso una intelligente rilegittimazione che passa anche da una insistita professione di fedeltà ai valori della “République”; potrebbe dunque progredire ancora, in temini di consenso, tanto da diventare avversario  ancora più temibile per la destra di Sarkozy. Il PS appare al momento travolto da un’ondata di “défiance”che ha portato allo scarno 20% ottenuto e non riesce più a rappresentare le aspirazioni ed i bisogni del suo elettorato naturale (la classe operaia e le classi popolari in genere). Inoltre, come partito storico della sinistra, dovrebbe avere imparato la lezione delle scorse elezioni ed accellerare la riflessione sugli errori di lungo periodo (perchè ad esempio ha scelto da tempo di abbracciare l’ideologia neoliberale staccandosi dal proprio rifermento sociale per eccellenza, la classe operaia, e le classi più “démouni”?) ma anche ,come partito di governo, affrettarsi a mettere in atto politiche diverse, adeguate alle richieste pressanti di una società  delusa, presa nella morsa della crisi e non più disposta ad attendere. Le due cose non sono semplici sono strettamente legate e dovrebbero andare di pari passo, ma questo deve fare i conti con le lacerazioni interne al partito e con un presidente, Hollande, senza le qualità del leader capace di mobilitare e “rassembler” attorno ad un progetto in ua situazione di pesante difficoltà.

La strada per l’Eliseo  è dunque ancora lunga e disseminata di insidie. In temini sistemici sembra inoltre vacillare lo schema duvergeriano di quadriglia bipolare. Staremo a vedere.